Ken Loach: l’ “avvocato” dei meno abbienti

Conversazione con il vincitore della Palma d’oro 2016

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Sorride quasi imbarazzato di fronte al lungo applauso con cui il pubblico del Forum Spazio Cinema di Locarno lo ha accolto questo venerdì mattina. Il suo è un understatement molto british e se in Gran Bretagna nei suo confronti non si sprecano manifestazioni d'affetto, Ken Loach è in grado come pochi di raccontarci l'evoluzione sociale e politica del Regno Unito.

Già vincitore del Festival del film di Cannes nel 2006 con Il vento che accarezza l'erba,  l’ottantenne nativo di Nuneaton ha bissato il successo lo scorso maggio con il suo ultimo capolavoro: I, Daniel Blake, proiettato giovedì sera in piazza Grande.

Laureatosi in legge ad Oxford nei primi anni ’60, Loach matura una passione per la recitazione e la regia che lo porta a diventare una delle massime entità del Free cinema grazie a pellicole come Poor Cow (1967) e Kes (1969). Cinema che, dopo alcune produzioni tra teatro e tv, si trasforma nel terreno privilegiato per mostrare il proprio impegno politico tra le fila della sinistra.

In particolar modo la descrizione delle condizioni della working class trova ampio spazio in I, Daniel Blake. Al centro della vicenda due personaggi, un uomo sulla sessantina e una giovane madre single, intrappolati in un sistema burocratico tirannico. Una situazione reale di depressioni e stenti della società britannica che confina ai limiti dell’indigenza (e anche oltre!) un ampio strato di “sommersi”.

Come ci svela il regista, le riprese sono state precedute da una laboriosa fase di documentazione preparatoria, in cui si è imbattuto in storie di disoccupati che lavorano alla giornata, costretti a scegliere se accompagnare all’ospedale la moglie in travaglio o presentarsi all’ufficio di collocamento.

Facile forse dirlo ora ma I, Daniel Blake (ricordiamolo uscito un mese prima del referendum di giugno) spiega meglio di ore di dibattiti e analisi politiche l’esito che ha portato a Brexit.

Inevitabile sollecitare Loach e Dave Johns (il Daniel Blake che ha accompagnato il regista a Locarno) su come i personaggi del film avrebbero votato.

Cantore da sempre della working class, eravamo convinti che in questa espressione a contare fosse soprattutto il termine working, è invece il termine class ora ad acquisire importanza. In una società in cui le conquiste del welfare sono sempre più rimesse in discussione, la comunità, la capacità di sostenersi l'un l'altro e di essere collettivo, classe appunto, tornano ad avere importanza e chi è capace di risvegliare quel senso di appartenenza risulta vincente sulla scena politica. E questo vale per Corbyn o Sanders a cui accenna il regista, ma vale in fondo sul fronte opposto anche per le Le Pen o i Trump che inneggiano "make Usa great again".

 

“Sono una grande ammiratrice dei suoi film, ma dopo l’ennesima sconfitta della working class inscenata in I, Daniel Blake mi ritrovo un po’ depressa”. L’intervento dal pubblico offre a Loach la possibilità di sottolineare il valore della solidarietà e del sostegno reciproco. Il primato del capitalismo finanziario ci ha abituati invece a un individualismo estremo contro cui la soluzione per Loach non può che essere quella di restare uniti “Collective we are stronger”, insieme siamo più forti.

Salvare il mondo non spetta al cinema ma in molti tra il pubblico chiedono ricette a Loach. Lui ne ha una sola: rivendicare la propria dignità proprio come il suo Daniel Blake.

Conversation with Ken Loach

Conversation with Ken Loach

Locarno Film Festival 2016 (Archivi RSI)

 

MB/AX

www.rsi.ch/cinema

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