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Il battito “tropicalpino” del reggae ticinese

Un viaggio nella comunità dei sound system a sud delle Alpi: tra sound clash, dubplate e storie di resistenza culturale, con il cuore rivolto alla Giamaica

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Da La Bassa to the Top

RSI Cultura 10.02.2026, 09:49

  • Michelangelo Cavadini, Samuel Mersi
Di: Michelangelo Cavadini 

Il 25 ottobre 2025, in centro a Lugano, sul palco dello Studio Foce, andavano in scena i festeggiamenti per i 15 anni di due sound system sottocenerini: Biomassa Sound, di Meride, e Jemani Jahka, di Morbio Inferiore.

La forma scelta per celebrare il traguardo non poteva che essere quella più fedele alla tradizione del genere: un soundclash, tra i primi di questo tipo in Svizzera italiana, terra poco avvezza alle sfide tra selecta e MC, a colpi di dubplate, liriche e basse frequenze.

Quasi in contemporanea, dall’altra parte dell’Atlantico, la Giamaica - terra madre di questa cultura - veniva colpita dall’uragano Melissa. Un corto circuito simbolico: qui si festeggiava una musica capace di attraversare confini e generazioni; lì la natura ricordava quanto tutto possa essere fragile. Eppure, se il reggae è diventato globale è proprio perché così fragile non è.

Iscritto nel 2018 nella Lista del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, la sua forza sta nella stratificazione: una storia segnata da colonialismo, migrazioni, fratture interne e indipendenza. Un melting pot che ha saputo trasformare conflitto e resistenza in pura potenza creativa e comunicativa.

Così, quel seme ha viaggiato: dalle Blue Mountains all’arco cisalpino ha trovato terreno fertile proprio qui, sul confine con l’Italia.

Una terra di mezzo, dove un locale in affitto, tra binari ferroviari e la dogana, può diventare lo studio da cui passano artisti del calibro di Alborosie, General Levy o Kabaka Pyramid per registrare un dubplate - versione personalizzata di brani noti, scritta apposta per il collettivo a cui è dedicata, col fine di animare le serate e intrattenere la folla danzante.

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Jemani Jahka - Sound system dal Mendrisiotto

RSI Cult+ 17.01.2024, 18:00

  • Michelangelo Cavadini / Samuel Mersi

Oggi, in Ticino, non è raro salutarsi con un “wagwan bredda” (“come va, fratello”) che non sa di posa, bensì di codice condiviso: ore di ascolto, immersione, viaggi, connessioni. Una nicchia locale che, negli anni, ha dialogato con la scena internazionale e ne ha assorbito la grammatica, stringendo rapporti con pilastri di questa cultura in tutto il mondo.

Durante le oltre quattro ore di evento, quel linguaggio era ovunque.

C’era chi viveva il primo clash e ne scopriva le origini: dalle competizioni nate per le strade giamaicane, quando i venditori di dischi si contendevano il pubblico suonando vinili fuori dai negozi. Una tradizione che col tempo ha fissato regole, estetica e rituali, arrivando fino a format pop come i famosi Red Bull Culture Clash, sponsorizzati.

Ma, soprattutto, c’era la community.

In quella serata fumosa, si sono riconosciuti volti amici tra abbracci, sorrisi e generazioni diverse: i veterani hanno scaldato la pista con le tune classiche, i “raga” della dub sistemavano cavi e amplificatori, dancehall queen d’oltreconfine, artisti locali e appassionati accorsi da ogni dove si sono mescolati sopra e sotto al palco, facendo svanire ogni separazione. Una dimensione in cui big up, pull up e forward non sono detti a caso, ma diventano ringraziamenti sentiti, segni di appartenenza: vera e propria energia in circolo.

Nonostante gli spazi per ospitare e coltivare questa controcultura siano venuti meno, la fiamma non si è affievolita e continua ad ardere per tutto il Cantone. In un amaro parallelismo con la Giamaica, ora in ginocchio, anche quando la terra viene meno, lo spirito resiste.

Quindi sì: la musica reggae in Ticino c’è. E non è marginale. Vive e respira nell’animo “tropicalpino”: tra palme in riva al lago e montagne innevate, arde un fuoco che brucia dentro e avanza da sud, caldo e solare. Un po’ come i tropici, ai piedi delle Alpi.

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Neo, sound system e Pino Musi

Il Quotidiano 19.04.2025, 19:00

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