Suu Kyi, Consigliera di Stato della Birmania (iStock)

Birmania-Cina: Davide vs. Golia per una mega-diga

di Pietro Veglio

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Mercoledì 19 aprile 2017 alle 12:20

 

Birmania, ufficialmente Myanmar: uno fra i Paesi più poveri, una popolazione di 53,7 milioni, a cavallo fra i due giganti Cina ed India. Nel marzo 2011 un governo civile rimpiazzò la giunta militare al potere dal 1988. E da marzo 2016 Suu Kyi, premio Nobel 1991 per la pace per la sua lotta contro la dittatura militare, è la leader principale del Paese, dopo un’elezione quasi-plebiscitaria per il movimento da lei diretto. Una leader politica però sempre più criticata, soprattutto internazionalmente ma anche internamente, per la sua inesperienza nella gestione governativa e la sua incapacità di opporsi alla politica repressiva dell’esercito nazionale nei confronti delle minoranze etniche.

Nel suo cammino per emarginarsi dalla dittatura, vincere l’isolamento internazionale e ricostruire l’economia, la Birmania si confronta con sfide immense. In particolare, violenti conflitti etnici e religiosi, corruzione e clientelismo cosi come frustrazione per la mancanza di risultati tangibili del governo di Suu Kyi nel migliorare le condizioni di vita della popolazione, ancora a grande maggioranza rurale.

Una delle sfide più complesse è la riduzione della dipendenza dal gigante cinese, più che mai intenzionato ad estrarre dal piccolo Paese confinante le sue principali risorse naturali: gas naturale, petrolio, pietre preziose, legname, caucciù, infrastrutture ed elettricità. Nel 2011 il governo birmano sospese molto coraggiosamente il controverso progetto idroelettrico Myitsone, sul fiume Irrawaddy, il principale corso d’acqua che attraversa il Paese da nord a sud. Un mega-progetto da US$ 3,6 miliardi, a carico di un consorzio dominato all’80% dall’impresa statale China Power Investment Corporation, con una partecipazione simbolica del governo birmano del 15% e di un gruppo di investitori domestici (Asia World) legati all’esercito del 5%. 

Il mega-progetto è contestato in Birmania per il suo impatto sociale ed ambientale negativo. Il completamento della diga di sbarramento implicherebbe infatti lo sfollamento di migliaia di abitanti ed il successivo insediamento in una zona a rischio-terremoti, la diminuzione dell’accesso all’acqua sul fiume-sacro Yrravaddy a valle dell’enorme diga, nonché la distruzione di parecchi siti archeologici di forte importanza per la minoranza etnica Kachin. Sul piano economico l’aspetto più controverso è il fatto che il 90% dell’elettricità prodotta verrebbe poi esportata verso la provincia cinese confinante di Yunnan. La decisione birmana fu evidentemente male accolta dal governo cinese per il quale l’accesso all’elettricità birmana era essenziale per sostenere la fame di energia della propria economia.

Il governo di Suu Kyi dovrà a breve scadenza prendere una decisione definitiva che peserà parecchio sulle complesse relazioni con il potente vicino cinese. Ovvero se rinunciare definitivamente alla realizzazione del mega-progetto idroelettrico, e se sì con quali eventuali concessioni alla Cina, oppure se mantenere gli impegni presi nel passato. Il governo birmano sembrerebbe orientato a rinunciare al mega-progetto idroelettrico, concedendo in cambio l’accesso ad un porto marittimo che verrebbe ampliato e modernizzato, con l’aggiunta di una nuova zona economica. Anche per compensare gli investimenti cinesi iniziali di US$ 800 milioni già effettuali per Myitsone.

Se così fosse, sarebbe una vittoria per la democrazia birmana.  

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