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Nuovi rischi per l’economia globale

di Gianfranco Fabi

Plusvalore
Venerdì 16 giugno 2017 alle 12:20

Si è appena concluso, in verità senza troppo successo, il vertice dei 7 grandi a Taormina e tra pochi giorni, il 6 e 7 luglio, si riuniranno ad Amburgo i leader del G20, il gruppo che riunisce i venti maggiori paesi mondiali insieme ai responsabili delle grandi organizzazioni internazionali come l’Onu, il Fondo monetario e la Banca mondiale. Il G20 ha poco meno di vent’anni ed è nato alla fine del secolo scorso per dar vita a una struttura che potesse costituire un punto di incontro capace di rappresentare meglio la realtà economica globale e avviare un dialogo tra economie “a rilevanza sistemica”. E in effetti il G 20 partecipano paesi dei cinque continenti che nel loro complesso rappresentano più del 90% del Prodotto interno lordo mondiale, l’80% del commercio globale e due terzi della popolazione del pianeta.

Come è avvenuto nel recente G7 è del tutto escluso che da questo incontro possano emergere decisioni operative destinate a cambiare il corso degli eventi, anzi è più che probabile che i partecipanti, come è avvenuto nella città siciliana, si limiteranno a prendere atto delle distanze delle rispettive posizioni oltre che della volontà del più grande dei grandi, cioè degli Stati Uniti, di voler giocare una partita tutta sua sul fronte economico e finanziario. E proprio l’America di Trump appare peraltro al centro di una nuova potenziale instabilità.

Nel panorama globale ci sono almeno tre temi in primo piano per l’incontro di Amburgo: il rischio di una nuova crisi finanziaria, la necessità di sostenere la crescita del commercio mondiale e non meno importante la strategia per regolare l'immigrazione e in particolare i rapporti tra Europa e Africa.

Il primo punto è molto delicato e potenzialmente dirompente a breve termine. Vi sono infatti due elementi ugualmente rilevanti. C’è l'evidente crescita di una bolla speculativa che sembra gonfiarsi per il sempre maggiore distacco tra la valutazione in Borsa delle grandi imprese e i parametri fondamentali del loro patrimonio e della loro redditività. C’è poi altrettanto importante la progressione del debito, in particolare del debito pubblico americano che ha superato di slancio quota 20mila miliardi di dollari, oltre il 100% del prodotto interno lordo, spinto verso l'alto dai tagli fiscali e dalle maggiori spese dell'amministrazione Trump. C'è tuttavia chi getta acqua sul fuoco. Secondo il Fondo monetario internazionale, sul breve periodo i rischi di instabilità sarebbero diminuiti rispetto al periodo che ha preceduto la crisi finanziaria globale anche perché le banche centrali hanno dimostrato di voler utilizzare lo spettro più ampio dei mezzi monetari di intervento. Ma l’abbondante liquidità che ne consegue è un ulteriore elemento di instabilità mentre il sentiero di aumento dei tassi di interesse che la Banca centrale americana ha confermato proprio due giorni fa renderà inevitabilmente più difficile la sostenibilità del debito.

È significativo peraltro che lo stesso Fondo monetario ricordi spesso l’importanza di più coraggiose politiche di inclusione sociale, politiche che possono ridurre le disuguaglianze, e che restano tuttavia più tra le necessità che tra le realizzazioni.

Le scelte americane accrescono quindi le incertezze globali e in questo scenario il vertice di Amburgo rischia di risolversi in una elencazione di problemi senza particolari passi avanti sulle soluzioni. Non ci sarà che da essere felici se questa prospettiva sarà smentita dai fatti. 

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