È una vicenda che risale lontano nei tempi: quella di una riforma del Consiglio federale, di un suo allargamento, dell’aggiunta di due poltrone alle sette che lo compongono dalla nascita della Svizzera moderna, nel 1848. Nove ministri perché il carico di lavoro oggi è molto maggiore di quello di quasi 170 anni fa. Nove ministri anche per scremare le attività di due dipartimenti ritenuti sovradimensionati: quello degli interni e il cosiddetto DATEC, dove confluiscono energia, ambiente, trasporti e comunicazione. Nove ministri, infine, e forse oggi soprattutto, per favorire una migliore rappresentanza in governo delle diverse regioni del paese e delle sue componenti linguistiche, a cominciare da quella italofona.

La storia è nota: l’ultimo consigliere federale di lingua madre italiana fu Flavio Cotti; la sua uscita dal governo risale a ben 17 anni fa; in questi 17 anni i rapporti tra il Ticino e la Berna federale son stati condizionati da diffidenza e incomprensione crescenti. Ieri la questione è tornata sui banchi del Consiglio nazionale. Ve l’ha portata un progetto d’allargamento promosso dalla sua Commissione delle istituzioni politiche. Inutilmente, però.

Ancora una volta la proposta si è infatti arenata contro le ragioni di chi considera che questo tipo di gioco non valga la candela: che un allargamento del governo federale rischierebbe di compromettere il principio della collegialità; che la collaborazione tra ministri risulterebbe più difficile; che l’amministrazione federale, con due nuovi dipartimenti, risulterebbe più pesante e dispendiosa. E che l’attenzione alle minoranze non si esprime avviando una riforma strutturale del governo, ma deve se mai risultare dalla volontà politica dell’assemblea federale e dei partiti al momento dell’elezione dei consiglieri federali.

Allora, sull'allargamento del governo: chi ha ragione? Ne discuteremo a Modem con:
Roberta Pantani, consigliera nazionale Lega dei ticinesi;
Marco Chiesa, consigliere nazionale UDC;
Corrado Barenco, per anni corrispondente da Palazzo federale per la RSI.

Intervista registrata a Jacques-André Maire, consigliere nazionale neocastellano socialista, presidente dell’associazione Helvetia latina che promuove la pluralità linguistica e culturale nell’amministrazione federale.

 

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