“Quando vedo una chiamata da casa della quale potrei aver paura, aspetto prima un messaggio che rispondere”, “La chiamata mi mette sotto pressione, col messaggio posso pensar di più a cosa rispondere; invece, con la chiamata devi essere più diretta”, “È quasi uno sforzo mentale in più che devi fare. Sinceramente, piuttosto silenzi la suoneria e fai finta di nulla… Aspetti che ti mandino il messaggio”. Le voci di giovani e adolescenti della Svizzera italiana raccolte da Il Quotidiano per indagare il fenomeno della “telefonofobia” sono praticamente all’unisono: il campione di intervistati conferma che rispondere alle telefonate fa paura. Per i giovani è meno stressante affidarsi a messaggi e vocali. Un’attitudine sottoposta all’analisi di esperti di comunicazione.
Il dialogo perde terreno
“Pensiamo che la comunicazione sia produrre un messaggio. In realtà questa si chiama espressione, perché posso produrre messaggi davanti al muro, ma non è una comunicazione: esprimo quello che penso”, spiega il professore Lorenzo Cantoni dell’USI. “Diventa comunicazione quando c’è un’altra persona che interpreta il messaggio, a quel punto l’espressione che incontra un ascolto diventa comunicazione. Nel dialogo noi realizziamo questa magia di un incontro, in tempo reale, fra una persona che ha qualcosa da dire e una persona che è interessata a sapere quello che dice. Se invece usiamo questo tipo di comunicazione solo come atti espressivi, o separati l’uno dall’altro, perdiamo questa dimensione importantissima”.
Un timore condiviso anche dagli over 65 intervistati a proposito delle abitudini dei giovani nelle comunicazioni telefoniche: “Hanno perso, o non l’hanno mai avuta, quella capacità di colloquiare. Hai solo lo schermo e non sei capace di parlare”, osserva una signora. “Io odio questa cosa. Se avete qualcosa da dire, telefonate!”, commenta un pensionato.
Vivere in relazione, tra empatia e digitale
Le tre Case 24.05.2025, 10:05
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“Sono tutte competenze che si imparano esercitando. In una famiglia, o in un contesto in cui magari ci si parla poco, o ci si lascia solo dei vocali su WhatsApp dicendo: “Ti ho lasciato nel microonde da mangiare, tornerò tardi stasera”, questa capacità di dialogo e di adattamento di sé stessi all’interlocutore o l’interlocutrice non viene esercitata abbastanza”, spiega Cantoni.
L’importanza di comunicare in tempo reale
“Il mondo virtuale può essere un mondo in cui ci si sposta anche in relativa sicurezza e dove spesso non si incontrano quegli ostacoli, quelle difficoltà e quella fatica che costituisce la realtà”, aggiunge il sociologo Sebastiano Caroni, che lancia un allarme: “Si fa di tutto per evitare l’imprevedibilità e per vivere piuttosto in queste bolle virtuali, che sono comode, sono ovattate, però nello stesso tempo ci proteggono anche dalla ruvidità del reale. Questo, a lungo andare, può essere anche un pericolo”.








