La storia inizia in modo banale. Sembra una commedia, poi un dramma shakespeariano. In una biblioteca di New York si incontrano Eitan, giovane ebreo tedesco che studia genetica, e Wahida, americana di origine palestinese che sta lavorando a una tesi su Leone l’Africano, un uomo rapito e ribattezzato: cosa ha cambiato della sua identità? I due studenti si innamorano rapidamente e sono pronti a sfidare la famiglia per rivendicare il loro amore. Ingenui, ne è passata di acqua sotto i ponti da Romeo e Giulietta! Il vero problema non è più lo scontro tra famiglie, e nemmeno quello tra culture. È qualcosa di più profondo, è lo scontro tra origini che pretendono di diventare destino, che pretendono di forgiare l’identità. Ma questa non può essere ridotta al sangue, alla religione, al passaporto: è qualcosa di più profondo. I due protagonisti lo realizzeranno a loro spese, quando verranno divisi per sempre da una deflagrazione, tanto reale quanto simbolica, sul ponte che collega Israele e Giordania, l’Allenby/King Hussein Bridge. La realtà irrompe nelle loro vite e in quella delle loro famiglie, e nulla potrà mai più essere come prima. E non è più solo la loro storia, perché sono anche altri i personaggi qui che hanno perso l’identità.
Wajdi Mouawad, nato in Libano nel 1968, sa di cosa parla quando scrive di identità e appartenenza. Dalla Francia al Canada, ha costruito un teatro che ruota intorno all’esilio e alla frattura. Tous des oiseaux è stato il primo spettacolo che ha creato come direttore artistico del Théâtre de la Colline di Parigi, nel 2017: una scelta simbolica molto forte.
Come gli uccelli invece ha debuttato il 10 ottobre 2023 all’interno del Festival delle Colline Torinesi. La data della prima è già una storia nella storia e tanto dice dell’attualità di questo testo. La produzione Mulino di Amleto con regia di Marco Lorenzi è lo spettacolo che vedremo al LAC il 3 e il 4 febbraio alle 20.
Monica Capuani, nella sua traduzione, restituisce uno degli elementi centrali del testo: la lingua come luogo dell’identità. Mouawad ha scritto in francese un testo che vive però in ebraico, arabo, tedesco e inglese. Capuani descrive questa scrittura come «densa, calda, magmatica e materica come lava, come creta», una lingua che «agisce, modella, crea e muove i personaggi».
Lo spettacolo di Marco Lorenzi è di grande respiro, fedele alla struttura labirintica del testo. La scena è dominata da un grande muro (poteva mancare?) che ruota e si sposta, diventando di volta in volta confine, superficie di proiezione, archivio di lingue. Attorno a questo elemento simbolico, pochi oggetti disegnano luoghi che, come le parole sulla pagina, si trasformano sotto gli occhi dello spettatore. Il regista parla di Come gli uccelli come di un «grande teatro», capace di porre domande politiche e umane senza lasciare indifferenti.
Tra le molte citazioni che mi hanno colpita, scelgo le parole di Eden, una soldatessa israeliana: «Non c’è riconciliazione possibile. Troppe terre rubate, bambini uccisi, autobus fatti esplodere, troppi stupri, troppi omicidi. Come dimenticare quello che fanno loro a noi e come dimenticare quello che facciamo noi a loro?! (…). Contiamo i nostri morti senza contare i loro e quando i loro morti sono più numerosi dei nostri cantiamo vittoria ed esultiamo e torniamo in riva al nostro mare e loro in riva al loro! E allora è guerra! Una guerra che durerà ancora mille anni!».



