La mostra “Pittura e poesia: Uomini e dèi nell’arte giapponese dell’età moderna”, al MUSEC di Lugano, offre un’occasione preziosa per avvicinarsi a un modo di intendere l’arte molto diverso da quello occidentale. Qui la pittura non è un oggetto isolato, ma parte di un sistema culturale che unisce immagine, scrittura e poesia.
La curatrice Moira Luraschi (al microfono di Sergio De Laurentis in Kappa) lo spiega con precisione: la pittura giapponese è «molto estranea e molto lontana dal nostro concetto di pittura». In Occidente, infatti, siamo abituati a considerarla un «semplice elemento visivo». In Giappone, invece, ogni immagine è «intessuta di riferimenti letterari e in particolar modo di poesia». Per questo motivo «pittura, calligrafia e poesia sono concepite come un unico insieme concettuale»: tre linguaggi che convivono e si rafforzano a vicenda.
Un elemento che la mostra del MUSEC mette bene in evidenza è anche il ruolo sociale della pittura giapponese tra XVII e XIX secolo. Durante il periodo Edo, infatti, la diffusione dell’alfabetizzazione e la crescita di una vivace cultura urbana portarono alla nascita di circoli artistici e letterari in cui poeti, monaci, mercanti e samurai si incontravano per comporre versi, scambiarsi rotoli dipinti e sperimentare nuove forme di espressione. Molte opere esposte riflettono proprio questa dimensione comunitaria: non erano pensate per grandi spazi pubblici, ma per essere maneggiate, lette, srotolate e condivise in piccoli gruppi. È un’arte che nasce dal dialogo e che continua a dialogare, mostrando come la cultura giapponese abbia saputo trasformare la pittura in un luogo di relazione, oltre che di contemplazione.

Il percorso espositivo mette in luce soprattutto figure umane e divine, ritratti reali o immaginari di poeti, saggi e personaggi mitici. In Giappone, vedere il volto di un poeta significa evocare automaticamente i suoi versi: un legame culturale che affonda le radici nell’VIII secolo e che ancora oggi sopravvive in giochi tradizionali di Capodanno, dove immagini e poesia si richiamano a vicenda.
Accanto agli uomini compaiono figure semi‑divine, poeti e filosofi trasformati in spiriti tutelari. È un riflesso diretto della sensibilità shintoista, una religione immanente e politeista che riconosce il sacro in ogni elemento del mondo naturale e culturale.
La mostra copre cinque secoli di storia, ma non segue un ordine cronologico. Nell’arte giapponese, infatti, gli stili non si susseguono come in Occidente: convivono. Le scuole di pittura tramandano per generazioni gli stessi soggetti e gli stessi modi di rappresentarli, con variazioni minime. Innovare è possibile, ma solo per chi viene riconosciuto come un “genio”.
“Pittura e poesia: Uomini e dèi nell’arte giapponese dell’età moderna” è quindi un’occasione per entrare in contatto con un’estetica che non separa ciò che noi siamo abituati a distinguere: immagine, parola, spiritualità. Una tradizione che non vive di rotture, ma di continuità. E che, proprio per questo, riesce ancora oggi a parlare con sorprendente freschezza.
Kappa
Kappa 17.02.2026, 17:00
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