Futuri possibili

Il futuro si costruisce insieme

Al Museo etnografico di Ginevra un’esposizione partecipativa trasforma il tempo in esperienza condivisa

  • 2 ore fa
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  • MEG, Demian Tschumi
Di: Alphaville/EBo 

Cos’è il futuro è una mostra che parte da una domanda semplice solo in apparenza, per dispiegare un percorso complesso, stratificato e profondamente contemporaneo. Al Museo etnografico di Ginevra, l’esposizione traduce in forma visiva e partecipativa una riflessione radicale sul ruolo dell’istituzione museale: non più deposito di saperi, ma spazio di relazione, confronto e immaginazione collettiva.

Fortemente voluta dalla direttrice Carine Ayélé Durand, in carica dal 2025, la mostra si inserisce nel programma che mira ad aprire il museo ai “futuri possibili”, sotto il segno evocativo di «re-incantare la terra». L’idea è quella di superare la dimensione chiusa e autoreferenziale del museo tradizionale, attivando invece un dialogo diretto con la cittadinanza e valorizzando la pluralità delle esperienze, delle identità e delle sensibilità.

L’originalità del progetto risiede anche nel metodo: Cos’è il futuro è stata concepita da un team di curatori insieme a due classi di scuola media, coinvolte lungo tutto il processo espositivo. Questa collaborazione non ha una funzione decorativa, ma incide concretamente sull’impianto della mostra, che si rivolge a pubblici differenti e tenta di costruire un terreno comune tra generazioni.

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  • MEG, Demian Tschumi

Dal punto di vista spaziale, l’esposizione si presenta come un ambiente accogliente e modulare, più simile a una piazza che a una sequenza di sale. Cuscini, capanne, proiezioni, installazioni e vetrine dialogano in un allestimento pensato per favorire la sosta, l’interazione e lo scambio. L’ingresso introduce subito il visitatore in un universo ibrido, vicino al cabinet de curiosités: robot, oggetti pop, riferimenti fantascientifici e reperti simbolici convivono in un accumulo suggestivo che mette in cortocircuito passato e immaginari futuri.

Il percorso si articola poi in quattro sezioni principali, dedicate a diverse concezioni del tempo. Non esiste un unico modo di pensare il futuro: la mostra lo dimostra esplorando modelli temporali lineari, ciclici, retrospettivi e statici, provenienti da tradizioni culturali differenti. Ne emerge un mosaico in cui anche le società occidentali appaiono meno “lineari” di quanto si creda, intrecciando pratiche divinatorie, visioni apocalittiche e cicliche della storia.

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  • MEG, Demian Tschumi

A guidare questa esplorazione sono oggetti etnografici, manufatti, opere d’arte e installazioni contemporanee. Si passa da un orologio giapponese del XIX secolo a statuette asiatiche reinterpretate in chiave futurista, dai tarocchi alle tecnologie immaginate e poi dimenticate. In particolare, la presenza della design fiction – oggetti “provenienti dal futuro” concepiti per interrogare il presente – introduce una dimensione critica, capace di mettere in discussione l’idea stessa di progresso.

La mostra si chiude con uno spazio ideato insieme agli studenti, che propongono scenari e oggetti futuribili emersi dal loro lavoro creativo. È una sezione che restituisce la voce dei più giovani non come semplice testimonianza, ma come elemento attivo di costruzione del discorso.

Questo impianto, volutamente aperto e inclusivo, comporta tuttavia alcune tensioni. La volontà di rendere la mostra accessibile e partecipativa si traduce talvolta in una riduzione dell’apparato testuale e in una predominanza di dispositivi interattivi, che rischiano di semplificare i contenuti. Il dialogo tra rigore scientifico e approccio ludico genera un equilibrio non sempre stabile, in cui la dimensione etnografica convive con pratiche più immediate e intuitive.

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  • MEG, Demian Tschumi

Proprio in questa tensione risiede però l’interesse del progetto. Cos’è il futuro non si limita a rappresentare il domani: lo mette in scena come processo collettivo, come spazio di confronto tra saperi, generazioni e immaginari. Più che offrire risposte, invita a interrogarsi sul modo in cui costruiamo il tempo e le possibilità che scegliamo di vedere.

In definitiva, la mostra si presenta come un esperimento vivo di nuova museografia: imperfetto, ambizioso, capace di aprire domande. E, soprattutto, di ricordare che il futuro non è un territorio da prevedere, ma uno spazio da immaginare insieme.

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Cos’è il futuro?

Alphaville 18.05.2026, 11:05

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  • Cristina Artoni

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