Arte

L’arte precaria, e magnifica, di Cecilia Vicuña

Arte, poesia e attivismo: l’opera di Cecilia Vicuña intreccia memoria, natura e resistenza in un potente invito a custodire ciò che rischia di scomparire

  • Un'ora fa
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Di: Francesca Cogoni  

Spaziando fra pittura, scultura, performance e poesia, Cecilia Vicuña invita alla riflessione e all’azione, al rispetto della Terra e di tutti i suoi abitanti. A Torino, fino al 20 settembre 2026, è in corso la sua prima mostra personale in un museo italiano.

Artista multidisciplinare, poetessa e attivista, nata a Santiago del Cile nel 1948, sfuggita al golpe di Pinochet del 1973 e oggi residente a New York, Cecilia Vicuña ha sempre considerato l’arte uno strumento di resistenza e «una forma di profonda ribellione umana». Una ribellione permeata di «gioia e libertà».

Sangue indigeno nelle vene, cresciuta in mezzo alla natura, con il vento e il mare a farle da maestri, Vicuña conosce fin da piccola il significato della parola “precarietà”, tanto da aver chiamato la sua arte “precaria”. Per lei è importante volgere lo sguardo verso tutto quanto di più fragile ci circonda, così come tutelare e salvaguardare ciò che potrebbe essere smantellato da un momento all’altro: la democrazia, la libertà d’espressione, i diritti delle minoranze, l’eredità culturale delle popolazioni indigene…Visto lo scenario globale, mai come ora il pensiero e la pratica ­di quest’artista generano una risonanza profonda.

Intitolata El glaciar ido (Il ghiacciaio scomparso), la mostra in corso fino al 20 settembre 2026 al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea­ ‒ prima personale dell’artista in un’istituzione museale italiana ‒ ci permette di conoscere e apprezzare la trasversalità e il fascino, semplice e primigenio, del lavoro di Vicuña. Protagonista dell’esposizione è una grande installazione fatta di lana e sospesa a diverse altezze, che rimanda ai quipu (“nodi” in lingua Quechua), manufatti utilizzati dalle antiche civiltà andine e poi dagli Inca per registrare e trasmettere informazioni. «A differenza dei quipu antichi – ha osservato Marcella Beccaria, curatrice della mostra –, il quipu contemporaneo di Cecilia Vicuña per il Castello di Rivoli non ha nodi, rimandando alla progressiva perdita di memoria e di attenzione nei confronti del mondo che ci ospita. Il progetto guarda a ciò che scompare o è ormai scomparso, riferendosi anche ai desaparecidos, vittime della dittatura cilena, e alla moltitudine di quanti sono stati messi a tacere o eliminati da governi repressivi».

In mostra ci sono anche opere video e nuovi versi poetici creati per l’occasione e presentati come “poemi a muro”, oltre a una nuova pubblicazione, esito della lunga indagine di Vicuña sui ghiacciai.

Mossa dalla consapevolezza che gli esseri umani sono capaci tanto di creare bellezza quanto di distruggerla, Vicuña ha sempre considerato la natura come una fonte preziosa da contemplare, da ascoltare e da cui attingere ispirazione e materiali: non solo lana, ma anche conchiglie, piume, legni, detriti e scarti, con cui creare sculture e installazioni delicate ed effimere, essenziali e potenti, che rievocano la fugacità della vita, l’instabilità del mondo contemporaneo e il progressivo esaurimento delle risorse naturali. «È così bello quando prendi qualcosa che è stato danneggiato, distrutto, scartato, abbandonato, e lo tocchi, ne vedi la bellezza».

A questo proposito, va ricordato il bel progetto che l’artista ha presentato nel 2022 in occasione della 59esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia – Il latte dei sogni, nell’ambito della quale ha ricevuto il prestigioso Leone d’oro alla carriera. In quell’occasione, oltre a una serie di splendidi dipinti che omaggiavano la cultura indigena, Vicuña ha proposto una installazione site-specific intitolata NAUfraga e composta da corde, detriti e plastiche recuperati nella laguna veneziana e intrecciati con sacchi di iuta, reti da pesca e rami secchi. Un chiaro invito a riflettere sullo sfruttamento ambientale e sulle conseguenze dei cambiamenti climatici in un territorio vulnerabile come quello di Venezia.

Oltre all’attività nel campo delle arti visive, che porta avanti dagli anni Sessanta, Vicuña è anche un’ammirevole poetessa, che ha dedicato parte della sua vita a preservare le opere letterarie di molti scrittori e scrittrici dell’America Latina, attraverso un meticoloso e appassionato lavoro di traduzione e redazione di antologie di poesie sudamericane. Da anni, inoltre, si batte per i diritti delle popolazioni indigene in America Latina e sostiene le lotte di liberazione dei popoli di tutto il mondo con molteplici iniziative: una fra tutte la Oysi, Inc, realtà non profit fondata insieme al compagno, il poeta James O’Hern, e volta a favorire il confronto fra artisti, scienziati e culture orali.

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Oltre il disincanto

Voci dipinte 31.05.2026, 10:35

  • Keystone
  • Cristiana Coletti

Tutto questo fa di Cecilia Vicuña una delle figure più interessanti della cultura latinoamericana contemporanea. Non è un caso se durante le proteste avvenute in Cile tra il 2019 e il 2022, contro il carovita e la corruzione, i manifestanti hanno usato a mo’ di slogan alcuni versi tratti dalle sue poesie: «Tu rabia es tu oro» («La tua rabbia è il tuo oro») era il motto più ricorrente negli striscioni.

Non possiamo che ammirare Cecilia Vicuña per la pregnanza delle sue parole e delle sue opere, e aspettiamo con grande interesse la retrospettiva che nel 2027 le dedicherà la Fondazione Pirelli HangarBicocca.

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