Che cosa lega Mary Shelley, autrice inglese dell’Ottocento, e Margherita Saltamacchia, attrice e regista contemporanea? Un percorso segnato dall’esperienza del limite e dalla necessità di ridefinirsi, in cui creazione e perdita diventano strumenti per interrogare se stesse e il proprio tempo.
L’incontro di Margherita Saltamacchia con Frankenstein risale al 2019, in occasione del festival PiazzaParola dedicato a Mary Shelley e alla sua opera più celebre. La lettura del romanzo si è presto trasformata in un percorso di approfondimento che l’ha portata a esplorare altri scritti della narratrice inglese, in particolare i suoi diari, scoprendo quanto la vicenda della creatura e quella della sua ideatrice fossero intimamente intrecciate.
In questa prospettiva, la Creatura assume i contorni di un vero e proprio autoritratto frammentato, in cui l’identità non è data una volta per tutte, ma si costruisce attraverso perdite e ricomposizioni. Come Shelley rielabora nei suoi scritti un dolore privato trasformandolo in materia narrativa, così Saltamacchia sembra attraversare la propria esperienza personale per restituirla in forma scenica, facendo del testo un luogo di continui slittamenti tra biografia e finzione. La mostruosità diventa una categoria esistenziale: ciò che resta quando l’unità si spezza.
Dalle pagine private di Shelley emerge infatti un’esistenza segnata da lutti e separazioni: dalla perdita della madre Mary Wollstonecraft a quella del marito e di tre figli, fino al difficile rapporto con il padre. Esperienze che trovano una chiara eco anche nelle pagine di Frankenstein.
Margherita Saltamacchia sul palco
Dopo il debutto al Teatro Sociale, che ne ha curato la produzione nell’ottobre 2020, lo spettacolo è tornato recentemente in scena in una veste rinnovata per la produzione di LaTâche21. Una rilettura maturata a seguito di un periodo particolarmente intenso per Saltamacchia, segnato dalla scomparsa del padre, dalla pandemia e dalla maternità.
Oltre alla parziale riscrittura del testo si sono aggiunti nuovi movimenti scenici, l’abbandono del leggio, le musiche di Robin Bressani alla chitarra e di Ali Salvioni per la parte elettronica e un’atmosfera più cupa e immersiva, costruita attraverso le luci curate da Marzio Picchetti. Il risultato è uno spettacolo di maggiore intensità emotiva con un finale ripensato in sintonia con le esperienze maturate dall’artista.
La versione firmata da Saltamacchia non offre risposte, ma rilancia con urgenza la domanda originaria: cosa accade quando ciò che abbiamo creato ci somiglia più di quanto siamo disposti ad ammettere? Nell’adattamento di Saltamacchia il testo di Mary Shelley diventa materia viva che indaga la ferita identitaria tra ciò che perdiamo e ciò che decidiamo di creare. Ed è forse proprio in questa tensione irrisolta che il romanzo Frankenstein continua, ancora oggi, a trovare la sua voce inquieta e necessaria.
L’occasione per vedere questo spettacolo è al Beolco Fest a Olgiate Molgora, il 26 giugno.
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