Esistono pittori che popolano il mondo; Vilhelm Hammershøi lo spopola. Dove altri accumulano episodi e allegorie, lui procede per sottrazione, come un monaco iconoclasta nella tradizione della pittura borghese europea. Le sue stanze sono quasi vuote, eppure colme di attesa. Le figure, quando compaiono, voltano le spalle; gli oggetti sembrano chiusi in un mutismo assoluto; la luce, più che rivelare, trattiene. Per questo la mostra che il Kunsthaus di Zurigo dedica al maestro danese (fino al 25 ottobre 2026) si presenta come un esercizio di sguardo: un invito a rallentare fino a vedere ciò che normalmente sfugge.
Nato a Copenaghen nel 1864 e morto nella stessa città nel 1916, Hammershøi occupa una posizione singolare nella storia dell’arte europea. Contemporaneo dei simbolisti e delle avanguardie, sembra appartenere a un’altra cronologia. La sua pittura diffida dell’enfasi, rifugge il dramma e ignora la retorica dell’evento. Mentre il Novecento corre verso la velocità, lui perfeziona una poetica della lentezza.
Spesso definito il «Vermeer del Nord», Hammershøi va però oltre il semplice confronto. Vermeer organizza il silenzio come equilibrio; Hammershøi lo trasforma in enigma. Nei suoi interni la quiete non coincide mai con la serenità. Le porte si aprono su altre porte in una regressione quasi metafisica, le pareti sembrano custodire segreti destinati a rimanere tali, mentre le figure umane — spesso la moglie Ida — appaiono come presenze inaccessibili.

Hammershøi, The Tall Windows, 1913
Il merito della mostra zurighese è evitare di ridurre l’artista a cantore di atmosfere nordiche. Accanto ai celebri interni di Strandgade 30, con i pavimenti chiari e le finestre attraversate da una luce attenuata, il percorso presenta ritratti, vedute urbane e paesaggi, mostrando come tutta la sua opera sia attraversata dalla stessa domanda: che cosa accade alle cose quando cessano di essere strumenti e diventano pura presenza?
Qui emerge l’aspetto più radicale della sua pittura. Gli oggetti perdono la loro funzione pratica e acquisiscono un valore contemplativo. Una sedia non serve più a sedersi, una porta a passare, una finestra a guardare fuori. Tutto sembra sospeso in uno stato di attenzione assoluta. Viene spontaneo pensare a Giorgio Morandi: per entrambi la ripetizione non è limite ma metodo conoscitivo. Tornare sulle stesse stanze e sugli stessi oggetti significa verificare quanto il mondo possa cambiare pur restando apparentemente uguale.
Anche la tavolozza partecipa a questa disciplina della rinuncia. Grigi, bianchi sporchi, ocra smorzati e bruni quasi impercettibili dominano le tele. Hammershøi esplora le sfumature con l’intensità che altri riservano ai colori più accesi. La sua avventura pittorica si consuma nell’intervallo minimo tra un grigio e un altro grigio, ma da questa economia cromatica nasce una sorprendente ricchezza percettiva. Lo spettatore comprende che vedere è molto più complesso di quanto immaginasse.
Particolarmente interessante è l’attenzione riservata al rapporto con la musica. Hammershøi suonava il violoncello e riempiva i suoi dipinti di pianoforti, strumenti ad arco e spartiti. Ma il legame è soprattutto strutturale: le sue opere funzionano come composizioni costruite su variazioni minime, più ritmiche che narrative. È un pittore del «suono silenzioso», capace di chiedere agli occhi di comportarsi come orecchie.

Hammershøi, Open Doors, 1905
Forse è proprio questo a renderlo così attuale. In una civiltà dominata dalla sovrapproduzione di immagini, dove tutto deve gridare per essere notato, Hammershøi sceglie di sussurrare. E proprio così si impone con una forza inattesa. Le sue stanze vuote risultano più eloquenti di molti spettacoli della modernità; le figure di spalle più memorabili di tanti protagonisti al centro della scena.

Hammershoi al Kunsthaus di Zurigo
Telegiornale 12.07.2026, 20:00




