C’è chi dice novantatré, chi giura siano novantaquattro. Nell’aprile del 2025, una disputa accademica apparentemente bizzarra ha infiammato la comunità degli storici medievali: quanti attributi maschili sono ricamati sul celebre Arazzo di Bayeux? La risposta non è soltanto una curiosità folkloristica, ma offre uno spunto intrigante per comprendere meglio uno dei più grandi capolavori della storia europea.
Oggi quel capolavoro lungo quasi 70 metri, che racconta la conquista normanna dell’Inghilterra del 1066, è tornato temporaneamente sul suolo britannico per una mostra storica al British Museum.
L’accoglienza è stata trionfale. I biglietti in prevendita sono andati esauriti in appena 24 ore e la stampa inglese riferisce di code chilometriche, con oltre 80’000 persone disposte ad attendere fino a nove ore pur di ammirarlo. Un successo travolgente che ha superato persino i timori della vigilia, legati al delicatissimo trasporto di un’opera millenaria segnata da oltre 10’000 micro-fori e 30 strappi, protetta per il viaggio da una capsula tecnologica contro vibrazioni e sbalzi termici.
Ma perché questo tessuto dell’XI secolo esercita ancora un fascino così magnetico? La risposta sta nei suoi particolari, a partire proprio da quei novantatré (o novantaquattro) attributi maschili. Ben ottantotto appartengono ai cavalli. Il destriero con le doti più vistose è quello di Guglielmo il Conquistatore: nel Medioevo, la virilità del cavallo era una diretta metafora della forza e del potere del suo cavaliere.
Se gli animali esibiscono la potenza, i pochi attributi umani svelano invece i retroscena più enigmatici e pruriginosi della corte. In una scena del ricamo compare una donna di nome Aelgifu, una delle pochissime figure femminili identificate per nome nell’intera opera. Accanto a lei, un chierico le sfiora il viso. Un gesto apparentemente innocuo, se non fosse che nel margine inferiore della tela, proprio sotto di loro, è raffigurato un uomo nudo nella stessa identica posa, con i genitali bene in vista. Molti studiosi ritengono che quel dettaglio alluda a uno scandalo sessuale o a una relazione clandestina, anche se il significato preciso della scena rimane tuttora oggetto di dibattito.
L’assenza di pruderie da parte dei creatori dell’arazzo - commissionato probabilmente dal vescovo Odo di Bayeux, fratellastro di Guglielmo, e ricamato con ogni probabilità in Inghilterra - contrasta nettamente con la morale dei secoli successivi. Basti pensare che in una fedele replica realizzata nel XIX secolo, in piena epoca vittoriana, tutti i personaggi maschili furono pudicamente rivestiti con delle mutande.
Oltre ai dettagli più piccanti, l’Arazzo di Bayeux si rivela anche uno straordinario esempio di manipolazione dell’immagine ante litteram. Per secoli abbiamo creduto che il re sassone Harold, sconfitto nella battaglia di Hastings, fosse morto colpito da una freccia nell’occhio, un dettaglio che nel tardo Medioevo simboleggiava la punizione divina riservata ai traditori. Tuttavia, osservazioni ravvicinate suggeriscono che quella freccia sia stata aggiunta durante un restauro successivo. Secondo una delle interpretazioni più diffuse, Harold sarebbe invece la figura raffigurata poco più a destra nella stessa scena, colpita da un cavaliere normanno.
Nato per essere esposto periodicamente nella cattedrale di Bayeux, l’arazzo non era soltanto una decorazione, ma un potentissimo manifesto politico. Racconta una storia universale di amicizia e tradimento, di vendetta e disperazione, celebrando la gloria della guerra ma mostrandone, senza filtri, anche i lati più crudi, violenti e grotteschi.
Oggi, a distanza di quasi mille anni, quella propaganda medievale continua a conquistare il pubblico, dimostrando che la sottile linea che separa arte, potere e pettegolezzo è molto meno moderna di quanto siamo portati a credere.
Testo legato al “Tagesschau” di SRF del 10 luglio 2026








