Arte e Spettacoli

Il Rietberg riscrive la storia della Mongolia

Un viaggio che smonta i cliché sulla Mongolia e ne rivela la complessità: città antiche, identità in trasformazione, arte contemporanea e reperti millenari dialogano al Rietberg in un racconto sorprendente

  • Oggi, 17:00
Ritratto di Gengis Khan – Foto: Sh. Sainzul, Museo Nazionale Chinggis Khaan

Ritratto di Gengis Khan – Foto: Sh. Sainzul, Museo Nazionale Chinggis Khaan

Di: Voci dipinte/Mat 

La Mongolia è uno di quei nomi che arrivano già con il pacchetto completo: steppe infinite, cavalli, vento e poco altro. Un’immagine così rassicurante, nella sua semplicità, che finisce per nascondere più di quanto mostra.  Il Museo Rietberg di Zurigo ha deciso di smontare questo pacchetto, di «scardinare l’immagine stereotipata che abbiamo della Mongolia» e proporre un «nuovo sguardo» su un paese che, prima di essere sfondo romantico, è stato per secoli un centro vitale dell’Eurasia.

La mostra Mongolia: un viaggio nel tempo, in corso fino al 22 febbraio, copre duemila anni di arte e storia. Circa duecento oggetti – molti esposti per la prima volta fuori dalla Mongolia – vengono messi in dialogo con opere contemporanee, in un percorso che evita l’effetto vetrina: niente feticismo del reperto, ma una narrazione che insiste su urbanizzazione precoce, convivenza di popolazioni diverse, reti di scambio che attraversavano il continente molto prima che ci inventassimo la parola “globalizzazione”.

I curatori, Alexandra von Przychowski e Johannes Beltz (al microfono di Cristiana Coletti in Voci dipinte), partono da una domanda che sembra semplice e invece apre un cratere: «Se si fa una mostra sulla Mongolia ci si pone il problema che cos’è in realtà la Mongolia?». Non è solo l’attuale Repubblica, non è solo l’impero di Gengis Khan che arrivava dalla Corea all’Ungheria. C’è una Mongolia «prima e dopo Gengis Khan», una geografia politica e culturale che cambia, si sposta, si restringe e si allarga. Per questo, ammette Beltz, la sua identità storica è «qualcosa di molto difficile da definire».

Per non farsi schiacciare dall’astrazione, la mostra sceglie un punto fisso: una valle della Mongolia dove, in epoche diverse, sono sorte tre grandi città. È lì che il racconto si fa concreto: tre centri urbani che condensano amministrazioni, commerci, diplomazie, religioni, e che mostrano come la Mongolia sia stata davvero un nodo, non una periferia. Al centro del percorso c’è una yurta, tradizionale abitazione nomade, che funziona da portale: da quel cerchio di tela il visitatore viene proiettato in tre capitoli, dedicati all’odierna Ulaanbaatar, a Karakorum e a Karabalgasun.

Una veduta di Ulaanbatar

Una veduta di Ulaanbatar

Si parte dal presente: intorno alla yurta scorrono immagini della Mongolia di oggi, dove mandrie e antenne convivono nello stesso fotogramma, e il traffico urbano taglia il paesaggio che siamo abituati a immaginare “vuoto”. Il dialogo con l’arte contemporanea è pensato proprio per raccontare questa frattura: giovani artisti che lavorano sul contrasto tra identità nomade e vita in una metropoli angusta, tra memoria della steppa e skyline di una capitale che cresce in verticale. Non è solo estetica: è una domanda identitaria. «Dove siamo e chi siamo in realtà noi oggi… siamo ancora nomadi nell’animo, possiamo avere una nuova identità e una nuova cultura», riassume Beltz.

Mongolia, Rietberg 2

Il percorso verso Karakorum introduce un altro tema: cosa significa “città” per un popolo nomade? «Urbanità significa che ci si trova in un luogo e vi si soggiorna e che ci sono diplomatici, artigiani, soldati e così via», spiega Beltz. Ma nel caso mongolo, la stanzialità è relativa: le capitali si spostano, seguono le esigenze militari e politiche, si rifanno e si smontano.

Tra i reperti storici più impressionanti ci sono i manoscritti provenienti dall’area di Turfan, datati tra XIV e XV secolo, scritti in venti lingue e ventuno scritture diverse. Beltz invita a immaginarli come «centri multiculturali», qualcosa non troppo lontano dall’idea di una Svizzera medievale dove idiomi e tradizioni si intrecciano nello stesso luogo. Una delle tesi forti della mostra è proprio questa: «mostrare quanto fosse importante il ruolo dei grandi imperi mongoli anche come cerniera tra Asia ed Europa e il loro ruolo di mediatori».

La sezione dedicata a Karabalgasun spinge ancora più indietro l’orologio: siamo fra IV e VIII secolo, nell’impero delle antiche popolazioni turche, in contatto stretto con Cina e Bisanzio. Qui il colpo d’occhio lo offre una tomba dell’VIII secolo, rimasta sigillata al punto da conservare in modo quasi intatto corredi e figure di argilla dipinta. Von Przychowski descrive una di queste figure come una «creatura mitica»: un ibrido con becco blu, naso umano, orecchie bovine, cresta rossa, zoccoli e corpo da predatore. Un essere pensato per tenere lontani gli spiriti maligni, che oggi sembra piuttosto venuto a reclamare il suo posto nel nostro immaginario.

Alla fine del percorso, la Mongolia non è più la cartolina di partenza. È una storia di città e di cavalli, di mappe e di rotte, di identità che si spostano come capitali nomadi. Mongolia: un viaggio nel tempo è, prima di tutto, un viaggio nel nostro modo di guardare: ci mostra quanto sia comodo uno stereotipo, e quanto sia più interessante farne a meno.

1:00:10
“Giovanni Genucchi nell’atelier, inizio anni ‘70” da "Giovanni Genucchi scultore" di AA.VV., Edizioni Casagrande.

Genucchi ritrovato

Voci dipinte 11.01.2026, 10:35

  • edizionicasagrande.com
  • Emanuela Burgazzoli
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