Arte e Spettacoli

La Roma di ville e giardini

Roma è la terza città più verde d’Europa. La mostra di Palazzo Braschi offre un viaggio dentro ville, parchi e giardini che hanno modellato la capitale italiana, rivelando un patrimonio nascosto in cui s’annidano tracce di Ticino

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Di: La corripondenza/Mat 

Roma non finisce mai di sorprendere. Non solo per la sua storia millenaria, per le rovine che affiorano a ogni passo o per la sua stratificazione unica al mondo, ma per qualcosa che spesso sfugge allo sguardo: il verde. Con il 67% del territorio comunale ricoperto da parchi, ville e giardini, la capitale è una delle città più verdi d’Europa. Un dato che stupisce, ma che diventa evidente quando si entra a Palazzo Braschi e ci si immerge nella mostra “Ville e giardini di Roma. Una corona di delizie”, un viaggio attraverso cinque secoli di paesaggi, architetture vegetali e immaginari aristocratici (fino al 12 aprile).

L’esposizione, ricchissima, raccoglie 190 opere tra dipinti, progetti, incisioni e bozzetti. Ma più che una mostra, è una lente d’ingrandimento su un patrimonio spesso invisibile: quello dei giardini romani, luoghi che hanno plasmato la città tanto quanto le sue basiliche e i suoi palazzi. Sei sezioni, una mappa interattiva, suoni, rumori, perfino temporali estivi ricreati in sala: tutto concorre a restituire la sensazione di attraversare un paesaggio vivo, mutevole, stratificato.

Roma ha un rapporto speciale con i suoi giardini. Molte ville sono sorte sulle rovine di antiche dimore imperiali: un modo per appropriarsi simbolicamente della grandezza del passato, trasformando i resti di Cesare o Nerone in scenografie per l’otium aristocratico. È il principio del dulcis et utilis di Plinio il Vecchio: bellezza e utilità, estetica e produttività, fiori e frutteti che convivono in un equilibrio perfetto.

Dal Cinquecento in poi, il giardino diventa teatro sociale. Giovanni Pontano lo descrive come luogo di incontri, conversazioni, banchetti. È l’epoca dell’otium cum dignitate, quando le élite passeggiano tra piante esotiche e geometrie vegetali. Gli architetti ticinesi, come Domenico Fontana, modellano spazi sontuosi utilizzando perfino i resti delle Terme di Diocleziano. Nel Seicento, il barocco esplode nei labirinti di siepi, nelle prospettive illusionistiche, nei giochi d’acqua. Carlo Maderno e Carlo Fontana progettano meraviglie effimere e spettacolari, come il celebre ricevimento Chigi del 1668, ricostruito in mostra attraverso incisioni che sembrano scene teatrali.

Poi arriva l’Ottocento, e con esso la modernità. Napoleone immagina Roma come seconda capitale dell’impero e introduce l’idea di giardino pubblico, fino ad allora inesistente. Nascono il Pincio, il Giardino del Campidoglio, il vivaio municipale che diventerà il Servizio Giardini. Quando Roma diventa capitale d’Italia, la città cresce, si espande, divora interi parchi aristocratici come quello dei Ludovisi. Ma altri, come Villa Borghese, vengono salvati e diventano luoghi di passeggio borghese, ispirando pittori come Auguste Leroux e Giacomo Balla, che vedeva nel parco un atelier a cielo aperto.

Oggi Roma custodisce 350.000 alberi, tra parchi, strade e giardini storici. Palme monumentali, pini secolari, platani che disegnano viali iconici. Un patrimonio fragile, minacciato da parassiti e cambiamenti climatici, che richiede cura costante e interventi specialistici. Ma anche un patrimonio che continua a definire l’identità della città, a renderla respirabile, vivibile, sorprendente.

La mostra di Palazzo Braschi non è solo un omaggio al passato: è un invito a guardare Roma con occhi nuovi. A capire che i suoi giardini non sono semplici cornici, ma capitoli fondamentali della sua storia. E che, come scriveva Walter Scott, “nulla è più figlio dell’arte di un giardino”. A Roma, forse, è vero il contrario: nulla è più figlio dei giardini dell’arte stessa della città.

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Palazzo Braschi, esposizione a Roma “Ville e giardini di Roma”

La corrispondenza 18.02.2026, 07:05

  • Natascha Fioretti

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