Deus sive Natura

La quiete delle forme: Cézanne in mostra a Basilea

Alla Fondazione Beyeler, quasi ottanta opere rivelano un Cézanne essenziale e silenzioso: non il padre della modernità, ma un pittore che ha cercato per tutta la vita la struttura segreta delle cose, lasciando che natura e colore trovassero da soli la propria forma

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Paul Cézanne, Mele e arance (1899 circa, olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay)
02:55

I capolavori di Cézanne alla Fondazione Beyeler

Telegiornale 01.02.2026, 20:00

  • © GrandPalaisRMN (Musée d’Orsay) / Hervé Lewandowski
Di: Mat Cavadini 

La pittura di Cézanne chiede di essere abitata: non offre un messaggio, non propone una morale, non cerca di convincere. Si limita a mostrare ciò che nella realtà spesso sfugge: la densità delle cose, la loro gravità silenziosa, la loro permanenza. La natura, con la sua profondità e la sua porosità, trova in lui un traduttore fedele, capace di custodire l’invisibile dentro il visibile.

Per tutta la vita, Cézanne ha lavorato con un rigore quasi ascetico. Che si trattasse della montagna Sainte-Victoire, delle Grandi Bagnanti, di una natura morta o del volto del Giardiniere Vallier, il suo intento era sempre lo stesso: lasciare che le cose si esprimessero autonomamente. «Divento più lucido davanti alla natura», scriveva, «ma la realizzazione delle mie sensazioni è sempre faticosissima». La sua pittura non nasceva dall’impulso, ma dall’attesa. Non dall’interpretazione, ma dall’ascolto.

È in questa fedeltà alla natura che Cézanne sfiora, senza mai dichiararlo, una sensibilità spinoziana. In Deus sive Natura, Spinoza non separa il divino dal mondo, ma lo riconosce nella trama stessa delle cose, nella loro esistenza ostinata, nella loro forma che persiste. Cézanne sembra muoversi nella stessa direzione: non cerca un significato dietro la realtà, ma una verità dentro la realtà. La mela, la montagna, il volto umano non sono simboli, ma modi dell’unica sostanza. Guardarli significa partecipare a una forma di necessità, a un ordine che non ha bisogno di essere spiegato perché si manifesta da sé.

Paul Cézanne, Il ragazzo con il gilet rosso (1888–1890; olio su tela), Kunsthaus Zürich

Paul Cézanne, Il ragazzo con il gilet rosso (1888–1890; olio su tela), Kunsthaus Zürich

  • Collezione Emil Bührle

La mostra alla Fondazione Beyeler (fino al 26 maggio 2026) restituisce con precisione questa tensione. Quasi ottanta opere, molte delle quali raramente esposte, compongono un percorso che non celebra un maestro, ma un metodo. Nove versioni della Sainte-Victoire, una cinquantina di olii, venti acquerelli: un insieme che permette di osservare come Cézanne abbia cercato per decenni la stessa cosa, senza mai ripetersi. Ogni quadro è un tentativo, ogni tentativo una domanda.

La Beyeler fa ciò che le riesce meglio: prende un gigante e lo lascia respirare. Le sale, progettate da Renzo Piano, offrono alla pittura di Cézanne un silenzio che le è congeniale. Le pennellate sembrano vibrare appena, come se stessero ancora decidendo che forma prendere. Le nature morte diventano piccoli sistemi solari, in cui mele e vasi trattengono una gravità tutta loro. I paesaggi della Provenza, con i loro verdi densi e gli azzurri trattenuti, mostrano come Cézanne abbia cercato non l’impressione, ma l’essenza.
La sua distanza dagli impressionisti nasce proprio da qui. Mentre loro inseguivano la luce, lui inseguiva la struttura. Mentre loro catturavano l’istante, lui cercava ciò che nell’istante non passa. Vollard raccontava di aver posato 115 volte per un ritratto, con pause interminabili tra una pennellata e l’altra. È in questa lentezza che si misura la sua grandezza: nella convinzione che la verità delle cose non si concede a chi la rincorre, ma a chi la attende.

Paul Cézanne, Montagne Sainte-Victoire (1904)

Paul Cézanne, Montagne Sainte-Victoire (1904)


Visitare la mostra nelle prime ore del mattino, quando le sale sono ancora quiete, permette di cogliere questa dimensione. Cézanne richiede silenzio, non per sacralità, ma per precisione. La sua pittura non vuole essere capita, ma guardata. Non vuole essere spiegata, ma lasciata agire. Ogni tela è un invito a rallentare, a sospendere il rumore, a riconoscere che anche ciò che sembra immobile contiene un movimento segreto.

In questo senso, la mostra della Beyeler non è solo un omaggio a un maestro del post-impressionismo, ma un esercizio di attenzione. Un modo per ricordare che la bellezza non risiede nell’eccezionale, ma nel quotidiano che si lascia vedere. Cézanne lo aveva capito: la mela, la montagna, il volto umano non sono soggetti, ma mondi. E la pittura, quando è vera, non li rappresenta: li rivela.

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