Arte

L'albero e noi

Tra mito, casa e forma

  • 25 febbraio, 23:00
  • 31 agosto, 09:53
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David Caspar Friedrich, Der einsame Baum, 1822

David Caspar Friedrich, Der einsame Baum, 1822

Di: Valerio Abate
In ogni lingua c’è un tesoro di parole che ne costituiscono la sostanza. Di tali parole vive la poesia. Come al rintocco di una campana, esse risvegliano nell’uomo un’aura di risonanze. La parola “albero” è una di queste.

Ernst Jünger

Venerato in ogni tempo e luogo, l’albero rimane il più grande simbolo della vita e del cosmo. Venerabili appaiono la sua maestà e altezza, come la sua profondità e la sua età plurisecolare. E perciò l’uomo lo contempla da sempre nel mito e nella poesia, nella tecnica e nell’arte, nella religione, nella filosofia e nella scienza, come se la sua presenza nel mondo rivestisse un ruolo fondamentale nella natura come nella cultura.

Pensimao, ad esempio, ai Persiani che adornavano antichi platani di collane dorate e incaricavano guardiani al loro servizio. Nelle querce più antiche i Germani adoravano il padre dell’universo, e i druidi ne tagliavano con falci d’oro i rami per incoronare le corna di tori bianchi. Per chiedere protezione agli dèi gli Ateniesi posavano un ramoscello di ulivo sull’altare. Presso i Celti le tombe giacevano all’ombra dei tassi, e oggi le vie dei nostri cimiteri sono tracciate dai cipressi. Mentre nelle secche terre del Senegal si erge possente il baobab, albero sacro entro il quale si usa seppellire il cantastorie del villaggio, affinché la sua voce echeggi generazione dopo generazione.

Hokusai, Mashima Pass, 1830

Hokusai, Mashima Pass, 1830

L’albero appartiene al regno del padre o al regno della madre? I suoi rami si stendono verso la calda luce del cielo crescendo in altezza, le sue radici invisibili scavano nelle profondità della terra dalla quale prendono nutrimento. Sopra le radici troviamo sicurezza e sotto i rami riparo, da un lato attingiamo alla ninfa delle origini e dall’altro respiriamo un’aria sempre nuova. Tuttavia «è la forza di una sola e identica essenza quella che conquista qui l’altezza e là la profondità» (Ernst Jünger, L’albero, Herrenhaus 2003). Ciò che vediamo e non vediamo dell’albero è venuto da un solo piccolo seme che, come il riflesso di uno stagno, si è dispiegato in direzioni opposte mantenendo un equilibrio perfetto. Coloro che hanno cari gli avi hanno cari anche gli alberi, specialmente i vecchi alberi – testimoni dei padri e delle madri. Questi alberi affondano le radici nei miti e nell’oscurità dei tempi delle nostre stirpi: il primo uomo si separò dalle altre creature nei pressi di un albero, l’albero biblico della conoscenza del bene e del male; ne mangiò il frutto proibito e così dovette vestirsi e lasciare il giardino dell’Eden.

Hasegawa Tohaku,PineTrees, XVI sec

Hasegawa Tohaku,PineTrees, XVI sec

Chi pensa all’albero, oltre ai rami, alle foglie e alle radici, non può evitare di pensare anche al bosco. E seppure non possiamo immaginare un bosco senza alberi, esso non è una loro semplice moltiplicazione, il bosco modella la forma e la vita dei singoli individui, crea un mondo tutto suo. Le chiome adombrano il suolo e per questo i rami laterali crescono solo molto in alto formando fusti lunghi e slanciati. Così il bosco si ritrova a essere popolato come da colonne gotiche di un tempio silvestre e oscuro, oscuro perché ai confini della selva le chiome si stendono fino al terreno formando un muro di cinta contro il vento e la luce, sigillando un mondo isolato, animato da suoni, odori e luci incantate. Le fiabe e i miti più diffusi sono spesso abitati da selve, dagli alberi e dalle creature che lì vi allignano. Nella terzina che apre una delle più grandi opere di tutti i tempi a essere chiamata è la selva oscura. Persino nel nostro mondo privo di dèi e creature fatate udire il suono delle fronde e lo scricchiolio dei rami ci rammenta un senso primordiale che si annida tra il terrore e la meraviglia, quel senso che si addice al cospetto di antichi sovrani e custodi. È vero, il bosco è luogo di trepidi timori, tuttavia è sempre stato anche luogo di rifugio e libertà, il bosco assimila, cela e protegge: nella sua ombra accoglie il cacciatore, il poeta e il fuorilegge.

Non solo l’albero ci fa dono di che nutrirci e respirare, ma anche della materia per tetti, libri, porte e barche. Non è dunque strano pensare che molti alberi siano stati dono degli dèi come presenze di un varco divino. Di legno sono i tavoli su cui mangiamo, i letti su cui nasciamo, concepiamo e moriamo: l’albero ci accompagna dalla culla alla bara (di legno son le cornici…). Ancora oggi nel legno ci sentiamo a casa, nel legno si fa presente il valore protettivo dell’albero: nei mobili o nelle pareti rivestite, nelle case del Nord e della montagna nelle notti invernali. Nel legno si disvela il vivo respiro del bosco e dell’albero – anche dopo i colpi d’ascia l’«incanto silvestre» sopravvive. Nel legno natura domestica e natura selvaggia coincidono. Nel legno abbiamo non solo la materia, ma anche lo spirito della casa nel quale risuona l’eco della selva: il cuore caldo al centro della dimora, il fuoco intorno al quale ci si sedeva per raccontare e cantare le storie dei nostri antenati, il fuoco del calore domestico che si «desta nel camino, quando sulla brace si sfogliano gli anelli annuali come pagine di un libro senza nome» (Jünger).

L'albero nell'arte

Nella forma dell’albero appare la potenza dell’archetipo, non solo il tempo e la vita, ma pare che l’intero cosmo si dispieghi seguendo il suo disegno: lo stesso modello si ripete nella foglia dove lo stelo è il tronco e le venature i rami, come in un’inversione rispetto alla metamorfosi delle piante goethiana in cui la foglia si pone come modello originario di tutte le piante (gli alberi foglia di Magritte lo mostrano con evidenza); nei fulmini vediamo i rami dell’albero celeste, nei fiumi, nelle vene animali e nelle venature minerali, nei coralli delle scogliere, nei sentieri e nelle strade vediamo le radici e i rami della Terra; nel tronco la colonna del tempio (basti pensare ai capitelli delle colonne dei templi egizi e greco-romani). In antropologia si dice che il primo tempio fosse così vicino al bosco da confondersi con esso. Ma l’albero non ha assunto un ruolo fondante solo nell’architettura, molti sono gli artisti che si sono misurati con la forma dell’albero, e tra questi ben ricordiamo Piet Mondrian col suo studio sull’albero, e di come quella ricerca lo abbia gradualmente condotto agli elementi essenziali del mondo: linee e colori. Allora possiamo forse capire che i Germani, quando nel frassino contemplavano il cosmo, avevano ragione.

Piet Mondrian, Albero grigio, 1911

Piet Mondrian, Albero grigio, 1911

Vi sono piante dallo stesso nome che talora sono alberi e talaltra cespugli o rampicanti, e se noi, fin dai botanici del XVII secolo, cogliamo con facilità il discrimine tra alberi e arbusti, «se noi, malgrado tutto, abbiamo saldo il concetto di albero, è perché la nostra rappresentazione impone un ordine alla natura. Questa nostra rappresentazione di albero è strettamente connessa con ciò che gli antichi chiamavano fisiognomica» (Jünger). Nell’albero vediamo una grandezza che in natura conquista individualità e personalità, e questa testimonianza ci costringe ad andare oltre il mondo puramente vegetativo per riconoscere un carattere che ci porta una sensazione «di dignità e doveroso rispetto». Sappiamo istintivamente se una pianta la dobbiamo chiamare albero oppure no, è una questione che va al di là delle classificazioni botaniche, si tratta di carattere: possiamo stare di fronte a un grande fusto di bambù e non riconoscergli il nome di albero, mentre possiamo nominare con tutta tranquillità «albero» un minuscolo pino silvestre o acero bonsai.

Alla domanda su quante forme ha l’albero vi sono tante risposte quanti sono gli alberi nelle foreste. Si può dire che nell’albero noi ci riconosciamo, ogni forma e carattere può rispondere alla nostra propria natura: «nell’albero si sceglie il proprio totem» (Jünger). I Celti questo lo avevano capito, assegnando a ogni mese dell’anno un albero le cui virtù avrebbero influito sui nascituri. Nella preferenza e nella scelta di un albero si esprime più che il semplice gusto, dal profondo emergono affinità elettive che indicano nature diverse. Se così non fosse non vi sarebbero nemmeno tanti stili diversi nelle arti. Qui si presenta un modo di essere, sia esso incline all’alto o al profondo, al vecchio o al giovane, all’albero solenne o semplice, che sia attratto da un portamento fiero o triste, ruvido o liscio, da un castagno morto o da un faggio invernale. Ogni albero particolare è un simbolo che scende a toccare il nostro fondo comune. «Là si unisce il coro di voci che fa risuonare l’eco “questo sei tu”».

Egon Schiele, Small Tree in Late Autumn, 1911

Egon Schiele, Small Tree in Late Autumn, 1911

Presso l’uomo costruttore, come lungo i fiumi, filari di alberi costeggiano strade e viali verso castelli, chiese e palazzi, spesso alberi inutili, inadatti al legname, ma che però, come nella breve favola I viandanti e il platano di Esopo, offrono riparo e quiete a molte creature, e nelle più grigie e frenetiche città si fanno evidenti segnali dell’autunno e della primavera, quindi di un ordine del tempo che si sottrae agli orologi del lavoro. L’albero si veste di un’aura potente. Chi pianta un albero non pensa a se stesso ma ai nipoti dei suoi nipoti, quello dell’albero è un tempo che supera l’impiego veloce, è un tempo che supera persino la vita e la morte di chi lo ha piantato. L’albero continua a esercitare il suo influsso, secolo dopo secolo, millennio dopo millennio. Lo sentiamo nella quiete di un vecchio albero in un parco, pensiamo ai nostri avi che ce lo hanno lasciato, e anche nei tempi di disfacimento questo ci dona calma e sicurezza, perché accarezzando la sua corteccia lo sappiamo essere testimone di molti cicli, perché egli era già imponente quando Napoleone ancora dormiva nella culla e quando Ippocrate insegnava l’arte medica all’ombra del platano di Kos. Nel proteggere gli alberi, e soprattutto i vecchi alberi, non facciamo altro che il nostro dovere. In fondo non siamo noi a proteggerli, sono loro a garantirci protezione, lo hanno sempre fatto. E se non ci azzardiamo a violare il vecchio albero allora l’inviolabile è rispettato e continua a resistere, allora la nostra vita conserva giustizia e senso. Ma non è una questione ecologica, in questa giustizia riscopriamo la nostra dignità, poiché rendere attenzione all’albero significa condurre l’uomo dove la vita lo attende grande e festosa, nel luogo in cui egli venera e gioisce.

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