Fiori che si fanno montagne, montagne che sfiorano l’astrazione, colori accesi che lentamente si ritirano lasciando emergere il segno. L’opera di Anne Loch sembra procedere per variazioni ostinate attorno a pochi motivi, come se ogni quadro fosse un nuovo tentativo di interrogare le possibilità della pittura. La grande retrospettiva allestita al Zentrum Paul Klee di Berna restituisce il percorso di un’artista appartata e insieme rigorosa, capace di costruire nell’arco di decenni un linguaggio personale, lontano tanto dalle mode quanto dalle definizioni più immediate
Formatasi alla Kunstakademie di Düsseldorf nell’ambiente politico e culturale della Germania occidentale del secondo dopoguerra, Loch sviluppa la propria ricerca in un momento in cui la pittura figurativa conosce una nuova vitalità. Secondo la curatrice della mostra Amélie Joller, ospite ad Alphaville, il suo lavoro nasce nel contesto del ritorno alla pittura che caratterizza la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, ma si distingue presto per una marcata autonomia rispetto alle tendenze dominanti.

Pur condividendo con altri artisti del periodo l’interesse per la figurazione, Loch prende le distanze dalla gestualità e dalla spontaneità dei cosiddetti Nuovi Selvaggi. Joller sottolinea come l’artista pianificasse accuratamente le proprie opere prima ancora di affrontare la tela, definendo in anticipo struttura e obiettivi del lavoro. La sua pratica appare così guidata da un lungo processo di riflessione e sperimentazione più che dall’immediatezza espressiva.
Nel corso della carriera torna con insistenza ad alcuni soggetti ricorrenti: paesaggi, fiori, animali e autoritratti. Tuttavia, osserva la curatrice, il vero centro della sua ricerca non è il tema rappresentato ma la pittura stessa. Rose e montagne, ad esempio, nascono da presupposti formali simili, costituiti da superfici, masse e rapporti cromatici che si trasformano di volta in volta in immagini differenti. Il soggetto diventa quasi secondario rispetto all’indagine sulla linea, sul colore e sulla costruzione della superficie pittorica.

Anche il colore segue un’evoluzione significativa. Nelle opere iniziali dominano tonalità accese e aggressive, lontane però dall’immaginario pop. Come evidenzia Joller, queste scelte cromatiche producono piuttosto un effetto di straniamento. Col tempo la tavolozza si attenua, fino a lasciare maggiore spazio al segno e a esiti quasi monocromatici. Eppure, il percorso non procede in linea retta: nelle fasi più tarde riemergono montagne immerse in fondi rosa, segnale di un costante ritorno alla sperimentazione e di un dialogo continuo con le proprie origini artistiche.
Visitando la mostra, il corrispondente Lou Lepori ha colto soprattutto la dimensione intellettuale di questa ricerca. I grandi formati, le campiture cromatiche inattese, l’attenzione ai materiali e il progressivo avvicinamento all’astrazione mostrano un’artista interessata a sviluppare un discorso interno alla pittura più che a descrivere il mondo. Nelle diverse fasi della sua produzione convivono sensualità e rigore geometrico, immagini riconoscibili e tensione astratta, fotografie e collage.
È proprio la visione diretta delle opere a rivelarne la forza. Dietro un repertorio apparentemente limitato di fiori, montagne, animali e nature morte emerge infatti un lavoro coerente e imponente, costruito nel corso di decenni attraverso una ricerca incessante sulle possibilità della pittura.
L’anti astratta Anne Loch
Alphaville 20.07.2026, 11:05
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