La forza del lavoro di Manuela Bieri sta nella capacità di trasformare la natura in un dispositivo di pensiero. A guardare le sue opere si capisce subito che la natura non è un tema ma un luogo di ritorno. Non un paesaggio da osservare, ma una memoria che riaffiora, come se ogni fibra, ogni frammento raccolto, fosse un modo per rimettere ordine nel caos delle cose. Lei stessa parla del dialogo con il passato come di un passaggio necessario, e lo si percepisce: nelle sue forme c’è sempre qualcosa che torna, che insiste, che chiede di essere ascoltato. È un lavoro che nasce da una stratificazione di esperienze, ma che alla fine sembra dire una cosa semplice: che ciò che ci tocca davvero non scompare, si trasforma.
Come osserva Tiziana Lotti (curatrice della mostra in corso alla Fondazione d’arte Erich Lindenberg fino al 28 marzo) le opere di Manuela Bieri nascono da un «un dialogo esplorativo con la natura, un dialogo sia formale che contenutistico».
Manuela Bieri non descrive: distilla. La natura diventa un’esperienza, un tempo che si dilata, un «tempo sospeso» in cui le forme si liberano dalla funzione. Lotti (al microfono di Mattia Pelli in Alphaville) lo dice chiaramente: l’artista parte «dall’osservazione della natura che poi però libera dalle sue funzioni», lasciando emergere linee, tracce, ritmi che appartengono più alla memoria che alla botanica. È un lavoro di sottrazione, di ascolto, di trasformazione lenta.

Le tassonomie di Manuela Bieri
Alphaville 08.12.2025, 11:05
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I materiali sono il cuore pulsante di questa ricerca. Manuela Bieri raccoglie elementi vegetali, ma anche «stoffe, perline, gemme, lane che ha raccolto durante i suoi viaggi». Non sono semplici strumenti: sono presenze che orientano il gesto, che «guidano un po’ il ritmo dell’opera». Ogni materiale porta con sé un frammento di mondo, un ricordo, una cultura. È così che la materia diventa linguaggio, e il linguaggio diventa memoria.
La stessa libertà si ritrova nelle tecniche: pastelli sfumati a secco, carte lavorate con equilibri minimi, pieni e vuoti che si inseguono. Lotti parla di «equilibri molto sottili», e in effetti le opere sembrano oscillare tra organicità e rigore, tra intuizione e struttura. Sono forme aperte, essenziali, che rimandano alla natura ma la trascendono, restituendo «questa eco materica» che vibra più che rappresentare.
Il titolo Tassonomie gioca con l’idea di classificazione, ma solo per superarla. L’erbario dipinto di nero – «un erbario di fiori essiccati… dove la forma prende proprio il sopravvento sull’identità botanica» – è il manifesto di questa poetica: partire da una categoria per dissolverla, trasformarla, renderla permeabile. Le tassonomie diventano così un pretesto per liberare lo sguardo, per costruire un ordine che non ordina, ma apre.
Autodidatta, con una formazione nella comunicazione visiva, Manuela Bieri porta nel suo lavoro una precisione grafica che convive con una forte componente intuitiva. È un equilibrio raro: progettualità e istinto, rigore e leggerezza. Un modo di fare arte che intreccia arti applicate, installazione, raccolta, trasformazione. E che, proprio per questo, incarna quella missione di «creare nuove letture del presente» che la Fondazione d’arte Erich Lindenberg riconosce come propria.
Sonno
Voci dipinte 18.01.2026, 10:35
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