Arte

Wolfgang Laib: naturalizzare l’astrazione

Con un gesto rituale, con la postura del sacerdote officiante, l’artista tedesco attinge alla natura attraverso alcune sue componenti elementari e le mette in una forma che può essere anche un rimedio per l’umanità

  • 24 aprile, 17:29
  • ARTE
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  • © Musée de l'Orangerie / Sophie Crépy
Di: Vito Calabretta

Il contributo radicale di Wolfgang Laib (in mostra fino all’8 luglio 2024 al Musée de l’Orangerie di Parigi) al processo storico dell’arte moderna consiste nel perseguire una peculiare modalità di minimalismo e insieme di naturalismo. Siamo stati abituati dalla antica storia a una idea di naturalismo secondo la quale la rappresentazione artistica riproduce realtà, situazioni e immagini della natura; il minimalismo, sempre storicamente, si è consolidato come una riduzione estrema del segno o della materia espressiva (il colore, la forma…); Laib riconduce l’espressione artistica a una sostanza naturale alla quale abitualmente attribuiamo una funzione elementare e della quale egli sfrutta ulteriori significati possibili.

Abbiamo così il riso, che noi abitualmente consideriamo un alimento di base e che l’artista utilizza in quanto simbolo della nutrizione; abbiamo il latte, altra sostanza nutritiva elementare, che viene trattato per le sue qualità luministiche e per il modo in cui la densità materiale esprime una forma; abbiamo la cera d’api e poi il polline e altro.

Il polline esprime in modo specifico il modo di lavorare di Laib. Da decenni egli lo raccoglie, durante alcuni mesi dell’anno, intorno alla sua abitazione. Il suo è un gesto rituale e un officio, così come il momento in cui egli lo distribuisce su una superficie costruendo una forma piramidale, per poi ricoprirla con una cupola trasparente che garantisce la tenuta della forma e la isola, la micro-monumentalizza.

«La natura e la bellezza sono una stessa cosa. Non posso creare nulla di altrettanto bello della natura. La bellezza è, direi, ancora lì. Con la mia arte, ho la fortuna di parteciparvi». In questo senso possiamo parlare di officio: l’artista ammette e afferma, rivendica e propone un proprio ruolo subalterno rispetto alla potenza della natura; egli si mette al suo servizio o, meglio, presta il proprio servizio con un intervento circoscritto (perciò lo definiamo minimale) finalizzato a mettere a disposizione di tutti noi ciò che egli chiama la bellezza della natura. Il polline accumulato viene in parte redistribuito in piccole piramidi effimere. Il latte riempie un lieve cavo scolpito in una pietra. Una pietra può essere mantenuta nella sua forma a cuspide oppure trasformata in una forma semplice come un ovoide o in una forma proto architettonica come una scala, un tempio o uno spazio per dimorare.

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  • © Musée de l'Orangerie / Sophie Crépy

In alcuni luoghi Wolgang Laib ha costruito una stanza di cera: la persona entra e vi risiede per un tempo. Inizialmente la collocazione era in un museo, poi l’artista ha iniziato ad ambientarli in spazi geografici. A proposito del paesaggio catalano che ne ospita uno, Guy Tosatto ha scritto: «comprendiamo, percorrendo con lo sguardo queste distese, sfiorando il suolo col piede, che abbia potuto attirare monaci e anacoreti in tempi in cui la sola fede dava agli uomini abbastanza coraggio». Tra questi, possiamo annoverare la figura di Wolfgang Laib.

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  • © Musée de l'Orangerie / Sophie Crépy

L’artista non ha l’esigenza di rappresentare ma più semplicemente di porre le condizioni e invitare a una esperienza che reca un beneficio a tutti. Egli stesso lo ha spiegato: l’operazione artistica «riguarderà il mondo, l’universo e anche la nostra propria esistenza. Io stesso ho questo sogno da tutta la mia vita, da quando ho provato a diventare un medico, accorgendomi molto presto che ciò significava occuparsi solo del corpo fisico, e che la nostra vita ed esistenza non potevano essere ridotti alla sola materia. Il polline rimanda all’inizio e alla creazione, le montagne di riso e lo Ziggurat di cera d’api al nutrimento e al legame del cielo con la terra, il fuoco alla fine, alla distruzione e possibile rinnovamento».

Strani, estranei e stranieri ovunque

Voci dipinte 21.04.2024, 10:35

  • La Biennale di Venezia Foto: © Samuele Cherubini

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