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“Elisa” e la gente normale che uccide

Il film di Leonardo Di Costanzo, coprodotto da RSI e Amka Films Productions, è ispirato alla storia vera di una donna che ha compiuto un delitto, ma neppure lo ricorda

  • 26 marzo, 17:00
"Elisa", Leonardo Di Costanzo, 2025

"Elisa", Leonardo Di Costanzo, 2025

  • Amka Films Productions
Di: Michele R. Serra 

Nei primissimi minuti di Elisa, la protagonista passeggia per il bosco. Una turista, forse? No. La donna incappa in una recinzione, guarda verso la telecamera a circuito chiuso della videosorveglianza, torna sui suoi passi, capiamo tutto: è una carcerata.
Viene in mente che è un bel gioco metacinematografico – un’attrice osserva l’obbiettivo dello strumento che la filma – e che non è la prima volta che Leonardo Di Costanzo gioca con le nostre aspettative, all’inizio dei suoi film. Viene in mente, soprattutto, il suo ultimo Ariaferma, per l’ambientazione carceraria.

Questa prigione, però, è diversa; e questo film, completamente diverso dal precedente – opposto e complementare, si potrebbe arrivare a dire. Il carcere maschile di Ariaferma è una classica macchina di controllo all’antica, l’immaginaria struttura detentiva femminile di Moncaldo di Elisa rispecchia invece una visione più moderna della pena, e offre perfino un’illusione di libertà, vita all’aria aperta, normalità. Ariaferma si muoveva in una dimensione collettiva – sociale, politica – mentre Elisa scava nella psiche del singolo.

La protagonista, infatti, è una donna condannata per l’omicidio della sorella, che però non ricorda nulla di quell’avvenimento: dice di essere andata a processo nella più totale inconsapevolezza. Un criminologo la accompagnerà in un percorso di riabilitazione, accettazione, forse redenzione. Elisa scaverà nei ricordi, capirà che quella amnesia era negazione, troverà il modo di affrontare quello che è successo.

Sempre l’incipit del film riporta su schermo la dicitura: ispirato a una storia vera. E in effetti tutto nasce dagli studi dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, che hanno trascritto i loro dialoghi con Stefania Albertani, la giovane donna condannata per l’omicidio della sorella e il tentato omicidio dei genitori, avvenuti nel comasco nel 2009. Un caso che aveva colpito il pubblico, per il profilo di normalità dell’assassina; per il ruolo delle neuroscienze nel processo (Stefania Albertani è stata giudicata capace di intendere e volere, ma poi una perizia ha portato alla luce una disfunzione del lobo frontale del cervello, e una conseguente seminfermità mentale); ma anche per la pubblicità offerta da trasmissione televisive molto popolari oltreconfine.

Elisa, com’è facile immaginare, è un film che vive di dialoghi – soprattutto quelli tra la protagonista e il criminologo, che riassume in un’unica figura quelle di Ceretti e Natali – e di attori di conseguenza. In particolare Barbara Ronchi, che certo non è una novità del cinema italiano (già apprezzata e premiata per le sue collaborazioni con Giulia Steigerwalt, Marco Bellocchio, Francesco Costabile, Claudio Noce…), ma qui più del solito si carica il film sulle spalle, con risultati che non possono lasciare indifferenti: lavora sulle pause, su piccoli movimenti del volto inevitabilmente inquadrato in primi piani ravvicinati, sui silenzi. Con precisione chirurgica e senza eccessi.

Rimangono le riflessioni sulla banalità del male, che Di Costanzo non rinuncia a esplicitare, mettendo in testa al film una lunga scena in cui il protagonista maschile racconta, a una platea di studenti, una fotografia scattata nell’America degli anni Trenta: nell’immagine, una giovane coppia si tiene per mano davanti ai corpi di due neri appena impiccati. Un ragazzo e una ragazza, spiega, sembrano quasi a loro agio, in mezzo alla folla che assiste a quella scena di morte. Persone (again) normali, parte del corpo sociale, che sembrano perdere ogni empatia nei confronti dell’altro: è quello che succede nei delitti compiuti dai cosiddetti insospettabili. Che a volte, ci dice Elisa, rimangono tali perfino a sé stessi.

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Rete Uno 26.03.2026, 15:05

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