C’è chi dice che gli adulti che guardano i cartoni animati siano un segno della decadenza culturale di questo sciagurato millennio, ma è una posizione sempre più difficile da sostenere. Nell’ultimo quarto di secolo, l’animazione è stata l’unico pezzo di quell’industria a portare attivamente il cinema verso il futuro: tecnologico, del linguaggio, dei contenuti. E la maggior parte di queste evoluzioni sono state merito di una sola casa di produzione, fondata nel lontano 1986 da Steve Jobs (che pure potrà risultare antipatico a molti, ma non si può negare abbia inciso sulle nostre vite di uomini contemporanei più di quasi chiunque altro).
La Pixar ha prodotto nei Duemila un filotto di capolavori paragonabile solo a quello della Disney degli anni Cinquanta, e oggi arriva al trentesimo lungometraggio accompagnata dall’idea che no, non potrà essere più come in quell’epoca d’oro. Vero, per carità. Però Jumpers dimostra che anche un film apparentemente di routine può contenere momenti di cinema scintillante. Per i bambini, e per gli adulti che si ostinano ad accompagnarli in sala, nel ruolo di target secondario.
Il mood pixariano di questi ultimi anni è esistenzialista/filosofico/analitico – dalle riflessioni sul lutto di Coco a quelle sulla vita di Soul – e Jumpers segue l’onda, pur se in modo molto più sfumato rispetto ai titoli citati. Si potrebbe dire che si tratti di un film-fratello di Red (sottovalutatissima meraviglia che l’epoca post-pandemica ha confinato sulle piattaforme streaming), vista la protagonista teenager e i riferimenti orientali. Ma se in Red lo scontro era tutto interno alla famiglia, qui il problema è il mondo esterno, e il personale diventa politico: in Jumpers c’è una (tardo-) adolescente che si dedica anima e corpo alla causa ecologista, lottando contro l’indifferenza dei cittadini e il cinismo interessato dei politici. E il motore della storia è la versione in scala ridotta di un problema globale. Ai margini di una città dell’Oregon, infatti, un piccolo ecosistema – uno stagno, a cui la protagonista è affezionata perché lo frequentava con la nonna scomparsa – è minacciato dalla costruzione di una superstrada, voluta dal sindaco locale (farà risparmiare ai pendolari ben 5 minuti!). La soluzione: far tornare gli animali a popolarlo. Ma come? Grazie a una variazione sul tema di Avatar, peraltro riconosciuta sin dall’inizio: la protagonista proietterà la sua coscienza all’interno di un castoro (robotico), che convincerà gli altri suoi simili (veri) a ritornare allo stagno.

Questa struttura poco originale rende prevedibile la prima mezz’ora abbondante del racconto. Ma poi, in un unico, memorabile momento, il ritmo cambia, e Jumpers si affolla di trovate. Certo, non ci sono i momenti emotivamente devastanti di Up o Coco, non c’è l’altissima commedia brillante di Alla ricerca di Nemo, non c’è la regia ultra-spettacolare di Ratatouille. Raggiungere vette del genere è molto difficile. Però Jumpers rimane estremamente divertente, e – ancora a favore dei già citati adulti, spettatori secondari dei cartoni animati in sala – colmo di citazioni che ricordano capolavori della storia dell’animazione, da quelli dello Studio Ghibli a quelli dei Looney Tunes (in questo caso, ovviamente, i riferimenti devono essere un po’ più sfumati, visto che si tratta pur sempre della concorrenza diretta Warner Bros). Il suo esser carino è una scelta estetica che diventa esistenziale, e rende impossibile prendere di petto i grandi temi politici che può solo sfiorare con leggerezza, mentre rinnova una fiducia nel futuro che appare sempre più lunare nel 2026. O forse è perfetta per una fiaba fantascientifica dedicata alle nuove generazioni, che hanno se non altro diritto all’ingenuità e alla speranza – e a qualche adulto secondario di passaggio.

Il grande schermo fino all’ultimo respiro!
Indovina chi viene al cinema 07.03.2026, 12:45
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