Quando Barbra Streisand annunciò che Kathryn Bigelow aveva vinto il premio Oscar come miglior regista, la notte del 7 marzo 2010 al Kodak Theatre di Los Angeles, disse solo: «Il momento è arrivato». Era, in effetti, il minimo per sottolineare l’importanza di quell’Oscar, il primo andato a una donna regista nella storia dell’Academy. Eravamo alla cerimonia numero 82, sedici anni fa. Kathryn Bigelow non è l’unica donna ad aver mai vinto quel premio, perché a lei si sono aggiunte Chloé Zhao nel 2021 e Jane Campion nel 2022. Tre in sedici anni: la lista rimane incredibilmente corta. Per capire quanto, potrei riutilizzare la più abusata delle metafore.
Immaginatevi di entrare in un ristorante, con i camerieri che si affrettano a servire tanti tavoli rotondi. Ci sono novantotto tavoli, uno per ogni edizione degli Oscar; a ognuno sono sedute da tre a sei persone (i nominati, a seconda dell’annata). Il ristorante è al completo, quasi 500 coperti. Ma di queste quasi 500 persone, solo 9 sono donne. È una situazione praticamente impossibile, nella vita reale. Però è la misura delle donne nominate al premio per la miglior regia, in tutta la storia degli Oscar. Si arriva a fatica, forse, al 2% del totale.
Lina Wertmüller stella di Hollywood
RSI Info 23.11.2019, 07:30
La grande regista italiana Lina Wertmüller ha raccontato che, quando fu nominata per la miglior regia, nell’anno di grazia 1977, inizialmente non si era resa conto di quanto fosse importante essere la prima donna mai candidata a quel premio. Gli Oscar esistevano da quasi mezzo secolo, e fino a quel momento nessuna donna regista era mai stata anche solo presa in considerazione. Lei, però, in quei giorni era molto impegnata: era in trasferta a San Francisco, stava girando lì La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia (non ringrazieremo mai abbastanza per i titoli della Wertmüller), con Giancarlo Giannini.
Le avevano dato la notizia, lei era semplicemente tornata al lavoro. Però, tempo una mezza giornata – ai tempi non c’era internet, le notizie non si propagavano velocemente come succede oggi – aveva ricevuto telefonate da decine di testate: quotidiani, riviste, televisioni americane volevano intervistarla, perché lei era un simbolo dei tempi che cambiavano. Ma era ancora il 1977: quell’anno vinse (non senza un certo merito, a dirla tutta) il regista di Rocky, John Avildsen, e non la Wertmüller.

Oscar: record di nomination
Telegiornale 22.01.2026, 20:00
E così, fast forward fino a oggi, di tutte le disparità di trattamento che possiamo considerare a Hollywood, forse la più incredibile è quella che prescrive che il ruolo di regista sia ancora un club per gentlemen – che poi spesso non sono neanche tanto gentle, a dire il vero. Ed è il caso di ricordare che anche gli altri ruoli del mondo del cinema, con la sola eccezione forse degli attori, vede le donne sempre in qualche modo sottorappresentate. La regia è solo la punta dell’iceberg.
La soluzione? Una, molto pratica, ce l’ha suggerita Frances McDormand, accettando il premio come miglior attrice non protagonista nel 2018: inclusion rider, ha detto dal palco. Cioè clausole da inserire nel contratto dell’attore protagonista o del regista, che chiedono che all’interno del cast e della troupe che girerà il film ci sia una percentuale di donne, anche di minoranze etniche, di giovani. Usare il potere contrattuale delle star per rendere un film più equo, più diverso. In attesa che il mondo cambi – e non è detto che Hollywood stia ancora andando in quella direzione, visto il presente americano – perché no?






