Conoscere l’universo è impossibile. Per Woody Allen, anche trovare la strada per uscire da Chinatown appare ostico. Ma se in sessant’anni di carriera e oltre cinquanta film ha rinunciato a scoprire da dove veniamo, e perché, c’è qualcosa che seguita ad esplorare con ostinato affetto. Si tratta delle donne, sempre protagoniste, padrone spesso inconsapevoli della situazione, specchi dei suoi numerosi alter ego che finiscono in un modo o nell’altro per rubargli la scena.

Allen e Farrow in "Hannah e le sue sorelle", 1986
Mia Farrow, creatura eterea e capace di rendere la disperazione incredibilmente fotogenica. Con lei Allen gira una costellazione di film che oggi basterebbero da soli a costruire una carriera: Zelig, Broadway Danny Rose, Hannah e le sue sorelle. Gli occhi sgranati della sua Cecilia, ne La rosa purpurea del Cairo, fissano lo schermo, proiettati in una realtà fatta di telefoni bianchi, tumbler colmi di whisky, eroine sfacciate e uomini rotti ad ogni esperienza – un mondo di celluloide dove sia lei che il regista avrebbero disperatamente voluto vivere.

Allen e Keaton in "Io e Annie", 1977
Ma l’attrice che più di tutte ha incarnato l’essenza dell’ex comico del Bronx è Diane Keaton. Scomparsa da poco, indimenticabile, si potrebbe dire che sia sempre stata là, tra le righe di ogni sceneggiatura. Keaton - o Annie Hall, se vogliamo citare il personaggio che l’ha resa celebre — è il fantasma gentile che attraversa tutta la filmografia alleniana. Ogni volta che un personaggio femminile ride troppo forte o veste troppo bene per essere infelice, c’è lei dietro le quinte, come una santa patrona del cardigan oversize. Insicura ma geniale, brillante e mai crudele, esperta tuttavia nel chirurgico, cervellotico scaricamento di ogni co-protagonista Woody Allen abbia mai portato sullo schermo. Che sia nel mezzo di un dialogo su Wagner o tra una battuta e l’altra rubata a Casablanca, Diane Keaton veleggia per conto suo, lasciandosi alle spalle una scia di cuori infranti.

Allen e Johansson sul set di "Match Point", 2005
E poi, nel 2005, dietro un apparentemente innocuo tavolo da ping pong, appare Scarlett Johansson. Erano stati anni difficili per Allen: dopo alcune pellicole considerate non all’altezza di un maestro, Match Point segna il grande ritorno. Cupo, spietato, stilisticamente perfetto. E soprattutto, europeo: se l’epopea neurotica si era sempre dipanata attraverso i fumosi marciapiedi di Manhattan, il film sul maestro di tennis dilaniato tra il vero amore e un matrimonio di convenienza con tanto di attico con vista delinea invece un allontanamento geografico. Ma è lei a rendere Match Point un capolavoro: la bionda che appare fragile e naïf, ma che alla fine si dimostra l’unico personaggio capace di seguire fino in fondo le proprie inclinazioni.
“Manhattan”
Gli Imperdibili 24.11.2025, 19:00
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Goffa giornalista in Scoop, ingenua amante nel focoso triangolo spagnolo con Javier Bardem e Penelope Cruz, Johansson entra nell’empireo di quei personaggi che quasi in punta di piedi conquistano l’intero palcoscenico. Si tratta di donne così vive che ci si dimentica dei personaggi maschili, spesso repliche dello stesso Allen, ottima cultura e pessima tempistica.
Affascinato dalla disgregazione morale dell’essere umano, soprattutto se borghese, troppo impegnato a rielaborare le proprie insicurezze per cadere nella trappola del paternalismo, Woody Allen ha finito per regalare al cinema alcuni dei ruoli femminili più sfaccettati degli ultimi cinquant’anni. Forse è per questo che le sue protagoniste restano ben salde nell’immaginario collettivo: non sono la causa dei suoi guai, ma la ragione per cui vale sempre la pena raccontarli.
Manhattan e dintorni
Millestorie 28.11.2025, 11:05
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