Cinema
1926-2026

Mel Brooks è lo stesso di 100 anni fa

Un secolo di vita per l’uomo che attraversato ogni epoca della comicità americana, reinventandosi continuamente. Gag fulminanti, certo, ma anche un genio produttivo senza eguali

  • Oggi, 08:00
Con Marty Feldman durante le riprese di "Frankestein Junior", 1974

Con Marty Feldman durante le riprese di "Frankestein Junior", 1974

  • IMAGO / Album
Di: Michele R. Serra 

«Sono nato per far ridere la gente, quindi lo faccio», dice Mel Brooks in The 99 Years Old Man!, il documentario girato da Judd Apatow per la HBO alla vigilia del centesimo compleanno di uno dei più grandi geni comici dell’ultimo secolo. Il montato dura quasi quattro ore, e contiene molte immagini recenti in cui Brooks sembra anziano, certo, ma anche piuttosto in forma. Soprattutto, corrisponde ancora all’idea che noi spettatori abbiamo di lui, nel modo di parlare, di scherzare.

Nel 2018 David Denby scriveva sull’Atlantic un ritratto del regista/attore/produttore, ricordando come Edward Said – leggendario scrittore e professore della Columbia University – parlasse di uno “stile tardo”, per i grandi autori arrivati ormai alle soglie della morte. Said partiva dalla Nona sinfonia di Beethoven per notare come esistano opere che risentono di un isolamento tragico, libero da ogni costrizione sociale: uno stile che rifiuta la contemporaneità in cui l’opera viene creata, ma in un senso alto e nobile. Uno stile spesso diverso da quello che ha reso famoso il singolo artista: dedito alla sintesi essenziale e disinteressato, perfino, del giudizio del pubblico. Beh, è possibile che il periodo dello “stile tardo”, per Mel Brooks, debba arrivare, ma per ora sembra sempre quello degli ultimi 75 anni, che più o meno corrispondono alla sua carriera sul palcoscenico.

Mel Brooks con Max Bancroft e il figlio Max, 1985

Mel Brooks con Max Bancroft e il figlio Max, 1985

  • IMAGO / mptv

Questa impressione, forse, dipende dal fatto che Brooks rappresenta un raro caso di persistenza estrema, nel mondo dello spettacolo americano: un comico che è riuscito ad attraversare le epoche e i trend culturali, e che pensava al suo lavoro come transmediale già molto prima che la parola diventasse di moda nel marketing e nella comunicazione. Brooks ha lavorato per il cinema, la televisione, il teatro, la radio. Ha adattato il suo personaggio di comico e il suo materiale ai tempi che cambiavano. L’ultima volta è successo con Frankenstein Junior: nel 2007 ne aveva prodotto un primo adattamento teatrale, ma visto lo scarso successo iniziale ne aveva modificato canzoni e durata, fino a renderlo una hit: oggi è in programmazione in Inghilterra, Stati Uniti e Australia.
Nel 2026, anche senza un suo intervento diretto, la comicità di Mel Brooks è ancora fruita dal pubblico di una nuova generazione, attraverso le onnipresenti clip sui social network – non è la stessa cosa, certo, ma si può dire che funzioni anche in quella forma, anche senza contesto. È già molto.

Mezzogiorno e mezzo di fuoco, 1974

Mezzogiorno e mezzo di fuoco, 1974

  • IMAGO / Everett Collection

Nonostante il discorso sulla persistenza e l’adattamento sia importante (un comico riflette i e risente dei tempi in cui vive, molto più di altri artisti), senza dubbio quello per cui tutti quanti ringraziamo e ringrazieremo Mel Brooks per i prossimi cento anni sono le sue parodie hollywoodiane, da Mezzogiorno e mezzo di fuoco a Balle spaziali, che rappresentano il momento in cui il cinema americano diventa compiutamente post-moderno, capace di riflettere sulla sua storia, e di giocare e remixare il suo linguaggio. Le prime due, fondamentali, arrivano non a caso con la New Hollywood, e con un momento della storia del cinema americano in cui comincia quella tendenza al riciclo delle idee – masticate nella storia, digerite per decenni e infine risputate fuori in forma nuova – che oggi vediamo in piena fioritura (da discutere, certo, se si tratti di una vitale primavera o di un crepuscolo mortifero, ma tant’è).

Sul set di "Balle Spaziali", 1987

Sul set di "Balle Spaziali", 1987

  • IMAGO / Allstar

Le parodie brooksiane non erano solo colme di gag fulminanti, testuali e visuali, che non possiamo che rimpiangere, ai tempi delle battute scritte dai software. Erano, ancora di più, un’idea incredibilmente efficiente dal punto di vista produttivo: costavano poco, senza effetti speciali all’avanguardia (anzi, quelli più primitivi sarebbero stati perfino più divertenti, sullo schermo) né star riconosciute. Non ne avevano bisogno, perché potevano contare su di un immaginario solidissimo: quello western, quello fantascientifico, quello horror… con due, tre milioni di budget se ne incassavano facilmente un centinaio. Erano tempi in cui la gente andava al cinema, ma anche allora per certe cifre i produttori stappavano più di una bottiglia.

Insomma, il talento di Mel Brooks non era solo comico, ma anche commerciale. Curioso che uno dei flop più clamorosi della sua carriera rimanga il leggendario film italiano Svitati, diretto da Ezio Greggio nel 1991. Che in effetti era bruttino… ma sono certo che verrà rivalutato nel prossimo secolo, quando ci renderemo conto che un altro Mel Brooks non lo troveremo mai.

08:25
"Frankenstein Junior"

“Frankenstein Junior”

Gli Imperdibili 22.06.2026, 19:15

  • Keystone
  • Simona Rodesino

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