Dunque, ammesso che a qualcuno interessi ancora, si potrebbe cominciare dal punto sull’universo cinematografico DC, da ormai un decennio in attesa di spiccare il volo per emulare i successi della Marvel: in fondo, per più di mezzo secolo i supereroi delle due case editrici si sono spartiti i lettori, perché non fare lo stesso con il cinema e gli spettatori? I problemi, però, sono molti.
C’è, ad esempio, la congiuntura sfavorevole: mentre la Warner/DC sta ancora scaldando i motori (in attesa tra l’altro di importanti cambiamenti societari, visto il via libera alla fusione con Paramount che a questo punto appare pressoché certa), il grande pubblico pare essersi stufato dei supereroi. Poi c’è un dilemma di stile: la formula-Marvel, costruita sull’alternanza tra dramma e ironia, non può essere semplicemente replicata, ma è necessario trovarne una nuova. Infine, c’è il problema del tempo: se la Marvel nel 2008 poteva permettersi di pianificare investimenti creativi a lungo termine, la DC oggi ha bisogno di risultati nel breve periodo.

Milly Alcock e Matthias Schoenarts in "Supergirl", 2026
Personalmente, ogni volta che vedo un prodotto della “Fase 1” del DC Universe, cioè la nuova serie di film, partita l’anno scorso con Superman per mettere in atto un soft reboot del precedente DC Extended Universe (mi sento stupidissimo a dover scrivere cose del genere, ma tant’è), mi sembra che ancora i direttori dei DC Studios James Gunn e Peter Safran non abbiano trovato una direzione chiara dal punto di vista creativo.
Dunque, arriviamo a Supergirl. La prima cosa da stabilire è la distanza dall’elefante blu e rosso che occupa quasi tutta la stanza del DC Universe, e cioè Superman: Supergirl è sua cugina, anche lei sopravvissuta alla distruzione del pianeta Krypton, ma vuole e deve essere qualcosa/qualcuno di molto diverso, e così il primo quarto d’ora del film rappresenta una dichiarazione d’intenti che certo non brilla per sottigliezza. La protagonista viene presentata come un’ubriacona solitaria (a proposito, con tutti i limiti di correttezza etica che questi blockbuster si auto-impongono, è curioso vedere come l’alcol sia una droga trattata molto spesso con leggerezza e ironia, ma questa è un’altra storia), il suo cane Krypto fa pipi sulle foto di Superman, nessuno deve permettersi di disturbare la loro armonia fatta di affetto (reciproco) e autocommiserazione (della parte umana della coppia).
Sfortunatamente – o inevitabilmente, visto che da qualche parte una grande avventura supereroica dovrà pure cominciare – presto Supergirl dovrà tornare in missione, questione di vita o di morte: del cane, in particolare. A proposito, ricordiamo che l’unica cosa che un cattivo non deve mai provare a fare, in un film di questo tipo, è toccare il cane: in cambio, otterrà solo morte e distruzione. John Wick insegna, ma i briganti spaziali di Supergirl evidentemente non sono andati molto spesso al cinema, nell’ultimo decennio.
A proposito di spazio: sì, questo è un road movie spaziale. La protagonista si sposta da un pianeta all’altro, ha a che fare con esseri diversi, parla lingue diverse, incontra avventurieri, banditi, e gente normale che cerca di sopravvivere come meglio può in questo sterminato far west. Le premesse per un gran bel giro di giostra ci sono tutte, insomma: c’è un’eroina riluttante che riesce a essere buona (con un paio di eccezioni, a dire il vero) senza la quadrata gentilezza del più noto cugino; c’è un tono scanzonato che non arriva all’auto-parodia, e che tutto sommato aiuta a dribblare uno dei problemi fondamentali dei personaggi kryptoniani, e cioè la loro quasi onnipotenza: difficile trovare un villain capace di tener loro testa. Per fortuna c’è la kryptonite a complicare un po’ le cose (ma non troppo).

Jason Momoa in Supergirl, 2026
Peccato che tutte queste premesse trovino uno svolgimento molto prevedibile sia dal punto di vista estetico che da quello narrativo, con riferimenti evidentissimi ai Guardiani della galassia, a Star Wars e a Mad Max – anche qui, le scelte non brillano per sottigliezza. Craig Gillespie (che ha già tratteggiato personaggi complessi e affascinanti, come la pattinatrice Tonya Harding) mette in scena questa storia con grande competenza – non è poco, per carità – ma non sembra volere (o potere, chissà) andar oltre la professionale costruzione di un generico blockbuster supereroico. Se non altro, Supergirl serve ad introdurre sugli schermi uno dei personaggi più anarchici e meravigliosi della DC Comics anni Novanta: Lobo, di Keith Giffen e Simon Bisley. Speriamo possa diventare il centro di progetti cinematografici più innovativi, capaci di battere davvero la superhero fatigue. Di belle storie da raccontare, in archivio, ce ne sono ancora molte.









