Quante volte un bambino può perdere i suoi giocattoli? Se ne avete uno in casa sapete già la risposta, e sapete di conseguenza che la trama fondamentale di Toy Story – quella, appunto, per cui i giocattoli si trovano separati dai loro legittimi proprietari – potrà essere ripetuta almeno per un centinaio di film, e rimanere sempre credibile. Credibile, naturalmente, quanto può esserlo il racconto della vita segreta di giocattoli che prendono vita autonoma quando nessun umano, infante o meno, li guarda.
Quante volte si può scrivere la parola “fine”, su una delle saghe più popolari degli ultimi trent’anni di cinema hollywoodiano? Se avete visto gli ultimi due Toy Story (ma anche gli ultimi due Cattivissimo Me, gli ultimi due Fast & Furious o gli ultimi due Mission: Impossible) sapete già la risposta, anche in questo caso. Toy Story 3 era un finale (oltre che uno dei più grandi capolavori del nostro secolo cinematografico, almeno secondo me e Quentin Tarantino). Toy Story 4 era un epilogo. Toy Story 5, beh… dimostra che la ruota si può ancora rimettere in moto, senza reinventarla da capo: gira ancora, e fa guadagnare un sacco di soldi – o almeno così sembrerebbe dalle prime cifre dei botteghini. Il quinto episodio della saga, infatti, è anche quello con l’incasso maggiore nei primi giorni di programmazione: più di 300 milioni di dollari a oggi.
Quindi.
Toy Story 5 è effettivamente la solita storia di giocattoli che finiscono (o rischiano di finire) lontani dalla loro bambina, ed effettivamente la solita storia di giocattoli che finiscono (o rischiano di finire) sostituiti da altri intrattenimenti più moderni: nel 1995, un ranger spaziale dotato di luci led (ultratecnologia!) scalzava il più classico cowboy americano; nel 2026, è un tablet connesso ad internet a mandare in pensione i pupazzi analogici. Che il pericolo questa volta sia molto maggiore, è chiaro a tutti ancora prima di entrare in sala.
Il pericolo, dal punto di vista strettamente narrativo, è invece quello di lavorare su temi inevitabili della contemporaneità, e di farlo con strumenti ormai logori: quindi, produrre un risultato banale. Non è così, per fortuna, nonostante i picchi del terzo capitolo rimangano lontani (forse perché, semplicemente, sono inarrivabili).

Le metafore, certo, appaiono meno taglienti, in questo capitolo: Toy Story ha sempre parlato di crescita, di quanto sia complesso staccarsi dall’infanzia e accettare il proprio destino – e chiunque abbia letto Tu, sanguinosa infanzia di Michele Mari sa bene quanto bene i giocattoli si prestino al ruolo di feticcio supremo – quindi è facile capire che sulla plastica multicolorata dei giocattoli si allungava sempre, almeno per gli spettatori adulti, l’ombra della morte. In Toy Story 5 quell’ombra appare più lontana e impercettibile, mentre ci godiamo l’avventura. Ed è più sfumato anche il conflitto fondamentale tra giochi analogici, che certo non possono far male, da soli, e giochi digitali iperconnessi: la tecnologia, ripete spesso il film, non è cattiva in sé, tutto dipende dall’uso che ne facciamo.
A dirla tutta, una morale del genere appare eccessivamente ottimista, nel 2026: sappiamo bene che molto dipende dal modo in cui piattaforme tecnologiche e oggetti mediatici sono progettati, e dagli obiettivi che perseguono. Ma è del resto comprensibile che un’azienda come la Pixar, fondata sulla tecnologia (dell’immagine digitale) e protagonista della più grande rivoluzione tecnica del cinema dell’ultimo quarto di secolo, non possa essere troppo negativa al riguardo.

Dunque, nonostante qualche edulcorante inserito nella ricetta, la sostanza cinematografica di Toy Story 5 rimane solidissima: il regista Andrew Stanton (che del resto è l’autore di meraviglie come Alla ricerca di Nemo e Wall-E) sa che un film, nel ventunesimo secolo come nel ventesimo, è fatto di poche scene memorabili, alle quali il resto del film serve da preparazione. Toy Story 5 le ha, e sono degne di essere ricordate anche in quest’epoca in cui i nostri hard disk cerebrali di spettatori sono sovraccarichi di immagini.
Infine, oltre a quello che vediamo sullo schermo, c’è il fatto che questo è il film che, con tutta probabilità, molti degli spettatori del primo Toy Story del 1995 vedranno insieme ai loro, di bambini: le milionarie e interminabili saghe hollywoodiane saranno anche antipatiche ad alcuni, ma hanno il vantaggio della persistenza.
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Indovina chi viene al cinema 20.06.2026, 12:45
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