Cinema

Mel Gibson vuole essere lo zio impresentabile di Hollywood

70 anni dell’attore e regista, che per tutta la prima parte della sua carriera è stato l’uomo perfetto, che non sbagliava mai. Poi dichiarazioni e azioni “controverse” (eufemismo) l’hanno reso un paria del cinema americano

  • 3 gennaio, 12:00
Mel Gibson, 1996
1:43:11

Due nel mirino

Film 03.01.2026, 23:30

  • IMAGO / ZUMA Press Wire
Di: Michele R. Serra 

Caro Mel, ti scrivo...
No, in realtà no: spero di non incontrarti mai, fuori dallo schermo. Ma credo che continuerò ad amare i tuoi film.
Negli ultimi anni, ci siamo chiesti più volte quale sia il punto oltre il quale diventa impossibile separare l’arte dall’artista, in caso l’artista in questione sia una persona che – appunto – mai vorremmo incontrare per cena. Senza voler riaprire la questione (già analizzata con intelligenza e buonsenso su queste pagine in passato), mi permetto questa risposta più grossolana e istintiva.

Certo, Gibson ci ha messo un bel po’ del suo, per rendersi infrequentabile (da quelli a Hollywood che magari, prima, una bistecca insieme a lui se la mangiavano anche, al Cut di Rodeo Drive) e impresentabile (da tutti gli altri). Intendiamoci, mica perché sia repubblicano in quella che dovrebbe essere l’oasi democratica dei progressisti losangelini; e neppure perché è uno dei tre che il presidente Trump ha recentemente nominato “Ambasciatori speciali a Hollywood”, qualsiasi cosa ciò possa significare (gli altri due sono Jon Voight e Sylvester Stallone). Il motivo è che, di cose indifendibili, nell’ultimo quarto di secolo ne ha dette e fatte diverse: della prima categoria fanno parte i discorsi razzisti e quelli antisemiti, della seconda le accuse di violenza domestica e i problemi con l’alcol. Per carità, questi ultimi sembrano oramai far parte del passato – un passato a cui fanno riferimento, ad esempio, i ricordi dello stesso regista di Arma Letale, Richard Donner, che si stupiva di puntualità e precisione dimostrate sul set da Gibson, nonostante facesse colazione «con cinque pinte di birra».

Mel Gibson in Mad Max, 1979

Mel Gibson in Mad Max, 1979

  • IMAGO / Capital Pictures

Oggi Mel non rinuncia a portare avanti quelle opinioni controverse (che è l’eufemismo che usano gli americani per indicare cose assurde e false, a partire da quelle dette dal presidente in carica) diventate oggi mainstream nel discorso pubblico, quindi completamente sdoganate. E così, ecco che una sua conversazione con il podcaster di destra Joe Rogan diventa simbolo del 2025 americano: la Terra non sta diventando più calda, gli incendi che hanno distrutto la casa dello stesso Gibson a Los Angeles sono colpa del governatore che spende molti più soldi per i senza tetto, il blu di metilene cura il cancro, eccetera. Tutte improbabili bugie, dette con convinzione assoluta.

Con Danny Glover in Arma Letale, 1986

Con Danny Glover in Arma Letale, 1986

  • IMAGO / United Archives

Inevitabilmente però, c’è qualcosa di affascinante in questo suo insistere, nel volersi trasformare in un paria hollywoodiano – se consideriamo che per almeno trent’anni della sua carriera Mel Gibson è stato l’uomo perfetto (peraltro molto ben considerato dai colleghi e dalle maestranze che avevano lavorato con lui). Per dire. Con Mad Max è stato il volto di una delle storie più fantasmagoriche di un secolo di cinema, quella della new wave australiana di George Miller, Peter Weir e di tanti film genuinamente folli e meravigliosi; nel 1985 è stato il primo Sexiest Man Alive della rivista People (quando era già sposato con Robyn Moore, un’unione che sarebbe durata 26 anni); negli anni Novanta ha recitato in 10 film che hanno incassato almeno 100 milioni di dollari ciascuno solo negli Stati Uniti; intanto ha iniziato a fare il regista, vincendo l’Oscar (meritato) per la produzione e la regia di Braveheart; nel 2004, si è pagato da solo un film recitato in aramaico sulla Passione di Cristo che nessuno voleva produrre, e che è diventato uno dei più visti della storia – non importa che quella storia fosse ridotta a una «macchina spettacolare rozza e senza sfumature» (cit. Paolo Mereghetti) – e che lo ha reso incredibilmente ricco, molto più di quanto già non fosse.

Mel Gibson in Braveheart, 1995

Mel Gibson in Braveheart, 1995

  • IMAGO / Allstar

Il suo talento non era solo quello di capire e intercettare i gusti del pubblico, c’era molto di più: è difficile non considerare Braveheart una meraviglia di epica medievale hollywoodiana, Arma letale il massimo del genere buddy cop, e Mad Max… Beh, Mad Max è semplicemente uno di quei capolavori che continuano a influenzare quello che vediamo, leggiamo, giochiamo, per i decenni successivi. Non lo vorrei a cena con me a Natale, Mel – peggio di uno zio insopportabile, oggi settantenne. Ma nessuno sano di mente sarebbe disposto a rinunciare ai suoi film. 

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Spoiler 23.09.2024, 13:30

  • Loriana Sertoni

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