Cinema

Otto storie su George Lucas

Ottant’anni del regista più importante dell’ultimo secolo americano: in tre film, ha cambiato Hollywood

  • 14 maggio, 07:36
  • CINEMA
George Lucas

George Lucas

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Di: Michele Serra

La cosiddetta Lore è definita come «l’insieme delle informazioni di carattere enciclopedico, interne o esterne a un testo (nel senso più ampio possibile: può trattarsi di romanzo, fumetto, film, videogame…), che riguardano il mondo finzionale in cui si svolge la vicenda narrata». I testi in questione sono, in genere, molto ampi, e sono quelli in cui il lavoro di costruzione dell’ambientazione è importante quanto la vicenda narrata – a volte perfino di più. La lore ci offre informazioni che vanno oltre il testo principale: è il motivo per cui, ad esempio, sappiamo che i buffi orsacchiotti che abitano la luna boscosa del pianeta Endor si chiamano Ewok, nonostante il loro nome non venga pronunciato in nessuno dei primi sei film di Star Wars. Quell’informazione viene da altre fonti (scritti, film per la tv): lore.
Peccato che il concetto si possa applicare solo ai mondi di finzione. Se così non fosse, potremmo dire che l’unica lore in grado di rivaleggiare con quella di Star Wars, è quella che riguarda George Lucas.
Ok, è un’esagerazione. Però è vero che le narrazioni intorno alla vita di Lucas – soprattutto tra la nascita e gli anni Ottanta – sono numerose e potenti, ognuna destinata a riflettersi dentro il suo cinema. 

1.   Dalla provincia allo spazio

C’è quella che racconta di un ragazzino di Modesto, California. Al di là di ogni ironia sul nome, un piccolo paese della provincia americana, a un passo da San Francisco e due da Los Angeles, eppure irrimediabilmente lontano dal progresso rappresentato dalle grandi città. «I film di Godard non passavano certo nei cinema di Modesto», ricordava Lucas in una conversazione con Robert Redford al Sundance Festival, qualche anno fa. E questo è il motivo per cui voleva raccontare storie di fantascienza, non di ventenni fascinosi parigini che si improvvisano rapinatori.

2.   La chiesa della Forza

C’è quella che racconta della famiglia che portava il piccolo George alla locale chiesa metodista. E nonostante il ragazzino fosse per nulla interessato alle funzioni domenicali e solo pochissimo più curioso degli elaborati rituali della Congregazione luterana che si riuniva poco lontano da casa sua; nonostante avesse vissuto la rivoluzione culturale degli anni Sessanta, che aveva ridotto di molto lo spazio dedicato alla religione; nonostante tutto, mise al centro della saga fantascientifica che gli avrebbe dato fama e ricchezza un messaggio che, da qualsiasi parte lo si guardi, è un messaggio religioso: esiste qualcosa di più grande di noi, che dà forma all’intera galassia. La forza.

3.   Padri e figli, da George a Luke

C’è quella che racconta del padre, George Walton Lucas Sr., che si scontrava con quel figlio liberal e sognatore, cercando di convincerlo a mollare tutto per andare a lavorare nella cartoleria di famiglia. George Jr. non seguì il consiglio, ma gli rubò la più importante idea di business della sua vita: era stato infatti il padre a spiegargli come gli affari fossero decisamente migliorati, da quando aveva dedicato un angolo del suo negozio all’esposizione di giocattoli. Per quel motivo, quando trattò il primo accordo con la 20th Century Fox, George Lucas offrì agli Studios uno sconto di mezzo milione in cambio del 100% dei ricavi del merchandising di Star Wars, giocattoli in primis. Alla Fox si stanno ancora mangiando le mani, mentre i due George Lucas, Sr. e Jr., si sono riconciliati dopo che il secondo è diventato uno degli uomini più ricchi d’America. Del resto anche Luke e Anakin, alla fine, si volevano bene.

4.   (Quasi) morte e rinascita, per colpa delle auto

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C’è quella che racconta l’incidente prima del cinema, spartiacque nella vita del regista.
A sedici anni George è un pessimo studente, un ribelle che abbraccia la subcultura greaser di quegli anni, fatta di figli di immigrati delle classi popolari, appassionati di auto e moto. A diciassette anni fa i primi giri in pista (niente gare ufficiali: non ha l’età), fotografa e filma le vetture nei circuiti. Sogna di diventare un pilota, ma soprattutto bighellona per la città, la sera, sulla sua piccola cabriolet: una Bianchina. La stessa di Fantozzi, sì, ma non la stessa: la sua l’ha modificata personalmente, con un vistoso rollbar, assetto ribassato e motore elaborato. È molto veloce, e nel pomeriggio del 12 giugno 1962, proprio la velocità – e un’improvvisa svolta a sinistra – causa la collisione con una Chevrolet Impala. La Bianchina è distrutta, George anche: ossa rotte e contusioni polmonari. Però è vivo, con la consapevolezza che poteva andare molto peggio. Leggenda vuole che dal letto d’ospedale abbia dichiarato al padre di voler «cambiare vita e studiare» – ma proprio quando il genitore sembrava felice, aveva aggiunto: «cinema».

5.   Marcia Lucas, come avrei fatto senza?

C’è quella che racconta il Lucas studente brillante alla University of Southern California, dove incontrerà l’amico di una vita Steven Spielberg e soprattutto la prima moglie Marcia: sarà lei a montare American Graffiti e la prima trilogia di Star Wars (oltre a cosette come Taxi Driver e New York, New York di Martin Scorsese); lei a convincerlo che scritturare Harrison Ford era la scelta giusta; lei, a correggere le sceneggiature; lei, a suggerire che Obi-Wan Kenobi doveva morire. Ma non vorrei dare al suo contributo troppa importanza, ci mancherebbe. Ah, il cane di Marcia si chiamava Indiana.

6.   La rivoluzione degli effetti speciali

C’è quella che racconta come George Lucas abbia rivoluzionato il cinema americano fondando la Industrial Light & Magic, azienda specializzata in effetti visivi per il cinema. L’aveva fatto investendo tutti i soldi guadagnati con il successo di American Graffiti, perché sapeva che altrimenti Star Wars sarebbe stato irrealizzabile: semplicemente quelle idee non potevano prendere vita sullo schermo, perché non esisteva la tecnologia per produrre quegli effetti speciali. Ecco perché George Lucas prese un gruppetto di giovani ingegneri appena diplomati, e li chiuse dentro un magazzino alla periferia di Los Angeles.
Avevano 25 anni di media, i ragazzi che lavorarono al primo Star Wars, e per la maggior parte non avevano mai avuto a che fare con la produzione di un film. Però si misero d’impegno – e probabilmente, un po’ di talento da qualche parte l’avevano. Costruirono quasi dal nulla computer, cineprese e tutto quello che serviva per fare quel film. Con quel materiale girarono 800 inquadrature, un pezzo di storia del cinema. Quel piccolo team sarebbe diventato una vera azienda, che nel mezzo secolo successivo avrebbe creato effetti speciali per 350 film, più o meno: i dinosauri di Jurassic Park, le forme di Jessica Rabbit, gli androidi di Terminator; supereroi, fantasmi, alieni, transatlantici, mummie, maghetti bambini che volano su scope. Dietro tutte queste cose c’è stato il lavoro della Industrial Light & Magic. Oggi possiamo dire che quella della ILM è stata la più grande rivoluzione del cinema dopo l’avvento del sonoro, perché oggi, che ci piaccia o no, il cinema hollywoodiano è digitale.

7.   Gli amici, la Nuova Hollywood

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Ce ne sono molte altre, ovviamente. Ad esempio quella di Lucas amato e allo stesso tempo indebolito dai suoi amici registi della New Hollywood: Coppola, Scorsese, De Palma. Tutti lo aiutano, con alcuni (Coppola su tutti) stringe importanti sodalizi professionali. Però, allo stesso tempo, i loro film spostano l’attenzione delle major verso prodotti più adulti, realistici, urbani, e rendono più improbabile che decidano di finanziare – esempio a caso – una saga fantascientifica. Del rapporto con Spielberg invece ho già detto, e quello, beh, è probabilmente la relazione più fruttuosa della storia di Hollywood.

8.   Rivoluzione e controrivoluzione di George Lucas

Ce n’è una, infine, non proprio lusinghiera: dice che George Lucas rappresenta perfettamente la parabola di ogni baby boomer, nato rivoluzionario e poi inevitabilmente vendutosi all’establishment. Un artista diventato businessman, capace prima di rischiare tutto per portare sullo schermo un cinema nuovo e meraviglioso, e poi intento esclusivamente a monetizzare, senza più alcun interesse nelle storie. Corrotto dalla cupidigia hollywoodiana.
Può darsi che sia così, anche se personalmente non amo chi giudica i geni secondo i propri parametri di integrità. Quello che però credo sia indiscutibile è che George Lucas ha cambiato il cinema dirigendo solo tre film, tra il 1971 e il 1977: L’uomo che fuggì dal futuro, American Graffiti e Guerre Stellari. Tre film di fatto finanziati o co-finanziati da major, ma assolutamente indipendenti nello spirito.
L’uomo che fuggì dal futuro è totalmente sperimentale, alieno, contrario al mainstream, ha influenzato il cinema, la moda e la musica per decenni. Il suo insuccesso, inoltre, ha portato al fallimento il neonato studio American Zoetrope fondato da Lucas e Coppola, e costretto il secondo ad accettare di dirigere un film che non voleva dirigere, pur di recuperare qualche soldo. Il film era Il padrino.
American Graffiti, al contrario, è un film personale, caldo e allo stesso tempo popolare. Ancora, capace di scelte rivoluzionarie: le diverse storie che si intrecciano, la colonna sonora di importanza capitale, fatta di 41 canzoni arcinote, ma capaci di trovare un senso nuovo. Senza Lucas, insomma, niente Tarantino: è certo.
E Star Wars, beh, è Star Wars.
Qualsiasi peccato successivo non può cancellare i fatti: se esistono senza dubbio registi più sorprendenti e sceneggiatori più abili, nessuno ha avuto l’impatto di George Lucas sul cinema americano, e del mondo occidentale tutto di conseguenza. Se sia stato un bene oppure un male, forse lo decideremo nei prossimi ottant’anni.

"George Lucas, la biografia"

Attualità culturale 12.01.2018, 18:40

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