Cinema

Priscilla: che cosa significa stare con un Re

Il film di Sofia Coppola sulla moglie di Elvis Presley combatte l’idealizzazione dei potenti, anche quelli che piacciono alle masse

  • 12 aprile, 11:54
  • 15 aprile, 09:03
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"Priscilla" di Sofia Coppola

Di: Valentina Mira

Priscilla di Sofia Coppola (ottobre 2023) è una risposta all’Elvis di Baz Luhrmann. Il primo è una parabola cristologica, il secondo ti dice: «guarda, che non è proprio così». E t’invita a non idealizzare le persone che una società gerarchica, che ha l’ardire di non dirsi tale dandosi nome di democrazia, pone su un piedistallo.

Priscilla è tratto dal libro Elvis and me, uscito nel 1985 e diventato un bestseller. Il memoir nella sua versione italiana è così introvabile da apparire nelle ricerche su Ebay a prezzi proibitivi (più di 200 euro). È comunque presente in lingua originale, anche versione ebook.

Perché questa storia abbia chiamato la regista è evidente: la figlia di Francis Ford Coppola avrà pur dimestichezza con il lato privato e non sempre in luce dei famosi. O quantomeno un interesse per le vite amplificate, i drammi che si consumano in colori pastello sotto la maschera di cipria delle sue Marie Antoinette e delle sue Priscilla. Il buio nella règia, dietro al cancello.

Il motivo per cui il film è andato virale in molte sue parti su TikTok sembra legato all’estetica. Lo stesso look di Priscilla - tra e-liner applicato con la precisione d’un cecchino e ciglia finte - è coerente con certe mode che fanno dei giri immensi e poi ritornano, passando per Lana Del Rey. È possibile tuttavia che, complici i social, molte più donne empatizzino con Priscilla proprio perché magari una storia con un uomo famoso e idealizzato dalle masse ce l’hanno avuta. Di sicuro, molte più di prima. Ed è chiaro che in questa storia per decapitare un re ci vuole una regina. Prima ridotta a bimba, a geisha, a groupie. Rimpicciolita, ridotta a icona da un’icona.

Insieme e visti da fuori, i due sono belli come una cartolina. La cartolina di un posto dove non puoi permetterti di andare. Ma apparentemente da sogno.
La disparità tra Priscilla e Elvis è su tre livelli: di genere, di fama, di età (si conoscono che lei ha 14 anni, lui 24). Un quarto livello abbraccia e sostanzia gli altri tre: l’altezza; Jacob Elordi (Elvis) è praticamente il doppio di Cailee Spaeny (Priscilla). La distanza tra i due si fa di carne e interroga lo spettatore. Perché a un uomo così importante dovrebbe piacere una bambina? È forse proprio questo che gli piace di lei, la subalternità? In una vita fuori controllo si cerca qualcuna da controllare?

Parlando di rappresentazione, un piccolo problema c’è. Far interpretare una quattordicenne a una venticinquenne non è proprio una scelta neutrale. Strizza l’occhio alla stessa simil-pedofilia lolitesca che il film sembra voler combattere, “denunciando” la differenza d’età tra i due. La telecamera indugia non tanto sull’età di Priscilla, quanto su un’infantilizzazione della stessa, e di Cailee Spaeny che la interpreta, con il nefasto effetto di occhieggiare a una sessualizzazione delle piccolette. Che qua piccolette non sono. In ogni caso siamo lontani da parlare davvero di female gaze. Tant’è che la prima immagine che appare sono i piedi piccoli e paffuti di Priscilla, smaltati e un po’ goffi, per la gioia dei feticisti di tutto il mondo.

Il racconto della relazione tra i due è piuttosto fedele al memoir di lei, che del film è anche produttrice esecutiva. Il giorno dopo rispetto a quello del primo incontro, Priscilla è a scuola ma non pensa ad altro. Il sorrisino sul volto della protagonista fa pensare che le sia sbocciato dentro un segreto che sa di primavera, qualcosa che la rende felice ma che non può condividere. Nel libro scriveva: «I told no one. Who would ever believe that just the night before, I’d been with Elvis Presley?» (“Non lo dissi a nessuno. Chi avrebbe mai creduto che solo la notte prima ero stata con Elvis Presley?”). Sembra anche più sicura di sé. Come se valesse qualcosa, ora. Come se fosse stata prescelta. Eppure, i miti classici ti mettono sempre in guardia dalle relazioni con le divinità.

Innanzitutto, c’è sempre almeno un’altra, qui lasciata presagire dalle lettere sul comodino di Elvis. E poi ci sono i tour infiniti di lui. Quell’attesa le succhia ogni energia. La speranza - questo sentimento idealizzato quanto i famosi - a momenti la uccide. Lo vediamo dallo sguardo che si fa vacuo, e ci ricordiamo che è una quattordicenne che nel resistere al pensiero più ovvio (“è uno stronzo”) non resiste solo alla prima delusione d’amore, ma anche a una delusione più grande, quella che le deriverebbe dal rilevare che il suo cantante preferito è come e peggio rispetto agli altri uomini.

Lui, però, torna.
Torna e le permette di accedere a un lato che nessuno vede. Quello malinconico, intimo, le paure, i retroscena, i dolori. Instaura un rapporto di fiducia e di specialità: se con lei ha un rapporto speciale, allora lei è speciale. Questa l’equazione che le si para davanti agli occhi, e che la muoverà per la maggior parte del film.

Se, come dice Liv Strömquist, l’amore romantico ha le caratteristiche di un culto a due, allora questo è perfetto amore. Con tanto di icone da adorare sulle riviste su cui lei si tiene aggiornata rispetto a Elvis. Canzoni da ascoltare come salmi. Un nome, sopra tutto, da pregare fino al mattino. La trappola dell’amore romantico, eccola qui al suo perfetto compimento.

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Priscilla

La presenza di Elvis è sempre, per Priscilla, eccezione e regalo (vista la quantità d’impegni che lui ha), il che può sembrare anche ossigeno in un mondo di relazioni simbiotiche. E c’è un elemento da non sottovalutare: il desiderio. Capiamo guardando il film che la relazione con un famoso ti lascia lo spazio per desiderare. Non c’è alcuna conquista a cui sottrarsi o cedere, il tempo e lo spazio sono i tuoi e in una società che pone le donne nella posizione di difendersi da un corteggiamento che si sostanzia non di rado in un assalto, le Priscilla del mondo desiderano. Gli Elvis si negano. La fama li mette in una posizione che gli altri uomini invidiano, e che le donne non vedono l’ora di sperimentare al contrario: basta col dover dire di no, dettare i tempi a gente che sembra affamata più che desiderosa di delicatezza e conoscenza reciproca, il tempo di Priscilla è il tempo del .

Il problema è che per quanto lei lo possa amare, ama uno che un amore già lo riceve: quello di tutte le altre, di tutti gli altri. La famosa scena in cui Elvis nota il profumo (Chanel n.5) di una fan mentre ignora completamente lo stesso profumo su Priscilla che lo indossa da sempre non parla di un uomo di cui essere gelose, come sembra; parla di un uomo che è tutto verso l’esterno, sul versante pubblico. Più gentile con chi non conosce che con chi conosce. Perché i primi possono rovinarlo o continuare a innalzarlo; i secondi lo amano, lui conta sulla loro presenza incondizionata. Solo che l’asticella non puoi continuare ad alzarla per sempre. Una donna può decidere di non essere gelosa delle altre, può decidere che la tua presenza va bene che sia rara e scostante, può farsi andar giù che prendi pasticche per dormire e altre per star sveglio e pure che la tua sensibilità rasenta l’isterismo, e che puoi avere un’immagine pubblica immacolata (è il tuo lavoro) e a chi ritieni speciale invece gridare in faccia. Può decidere, una donna, tutto questo nella sua piena autonomia. Ma c’è sempre un punto di non ritorno. Nel caso di Priscilla, ha a che fare con il momento in cui è lei ad aver bisogno di lui. Troppo egocentrico per esserci, la protagonista smetterà di essergli madre e diventerà madre prima di un bambino e poi di sé stessa. Diventerà dunque adulta. E nell’età adulta non c’è spazio per chi, pur pretendendo comprensione, non ti chiede mai come stai.

Le critiche mosse al film (secondo qualcuno demonizzerebbe Elvis Presley) sono fuori tempo massimo: il memoir del 1985 di Priscilla era già piuttosto realistico. Come il film, non è finalizzato a fare a pezzi nessuno e non è privo di amore, nonostante tutto. Al contrario. C’è per esempio la vicenda dell’amico di Elvis, Kurt, che - invidioso rispetto al successo dell’amico, convinto che la modalità predatoria sia quella giusta per mangiarsi le sue briciole, convinto anche che Priscilla sia una briciola - ci prova insistentemente con lei, le dà un bacio a tradimento, non voluto; lei glielo dice, e il cantante (oltre ad avere una reazione molto dolce) elimina Kurt dalla sua vita. Elvis nel memoir non è affatto descritto come una persona orribile, interessata e incapace di prendere posizione e anche le difese di Priscilla, al contrario.
Il finale del film di Sofia Coppola spezza il cuore e restituisce tutto il sentimento che c’è dietro al doversi allontanare da una persona che ami con ogni fibra del tuo corpo: è Dolly Parton che canta I will always love you e gli augura ogni gioia, e felicità, e più di tutto l’amore, ma “If I should stay / I would only be in your way”, ed è per questo che se ne va. Sappiamo tutti com’è finita, per cui più che il finale cristologico del film di Luhrmann che idealizza Elvis e anche la sua morte per suicidio, quello di Sofia Coppola è un monito: agli Elvis del mondo, non costringete ad allontanarsi da voi chi vi ama. E no, non è il vostro manager. Il capitalismo ti succhia come un’ostrica e poi ti butta via. Sta a te salvare conchiglia e perle. In definitiva: Priscilla non è un film femminista. È un film che vuole raccontarci, riuscendoci, di una perla. E di che significa amare gusci vuoti.

40 anni senza Elvis

Il Quotidiano 16.08.2017, 19:30

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