Al cinema si muore tutti i giorni. In massa, da soli, in maniera straziante o buffa, per gioco o per finta. Così è la vita, così è la morte e così è il cinema, che la vita prova a imitarla, o a inventarne altre, altrove. Vite falena, che appiccicate alla luce del grande schermo nascono, vivono e muoiono nel giro di un paio d’ore.
La prima morte umana (qualche mese prima era già schiattato un ratto) si dice sia stata in Tribly Death Scene di William Heise dello studio Edison, quando il cinema aveva sì e no aperto gli occhi (ma il film è perduto, quindi, chissà). Era il 1895 e da lì in avanti sarebbe stata una carneficina continua, una peste perpetua, un’inestinguibile estinzione. A partire dalla più tragica delle morti, quella della mamma. È il 1944 e con Bambi la fabbrica dei sogni produce l’incubo perfetto: corsa, sparo, «mamma?». Neve. Silenzio. D’altronde, a quattro o due zampe, lo zio Walt non ha mai nascosto il trapasso: Mufasa (Il Re Leone), la mamma e una sessantina di fratelli e sorelle di Nemo, i genitori di Tarzan, la mamma di Red (Red e Toby nemiciamici)… Muoiono i buoni e muoiono i cattivi: la strega (Biancaneve), Malefica (La bella addormentata nel bosco), Frollo (Il gobbo di Notre Dame), Ursula (La sirenetta), Gaston (La bella e la bestia)… Poi, nell’era Pixar, da sberla emotiva o «giusto epilogo» la morte evolve in filosofia: Inside Out (2015, la sparizione di Bing Bong è forse peggio di una morte corporale), Coco (2017), Soul (2020).
Poi c’è il mondo reale, o quasi. Se si dovesse eleggere Miss Morte sul grande schermo difficile non incoronare Il settimo sigillo (Ingmar Bergman, 1957). A meno che dalla dama nera non si voglia essere sorpresi; in tal caso meglio salire un gradino e dal settimo passare a Il sesto senso (M. Night Shyamalan, 1999). O forse, in tema di colpi di scena, fermarsi al 1960 di Psycho, quando Hitchcock distrusse e riscrisse le regole sul far fuori i protagonisti. Chiaro, se ci si infila nell’horror non se ne esce più, perché lì la morte è ogni cosa: il fine che giustifica i mezzi o il mezzo con cui giustificare il fine. Un esempio mainstream? Final Destination, sei film completamente gestiti, ritmati e rincorsi da Lei, lunghi un quarto di secolo (2000-2025).

Final Destination 3
Meno lunga, meno main e decisamente meno dimenticabile è la trilogia della morte da cui è nato un certo Alejandro Gonzáles Iñárritu: Amores perros (2000), 21 grammi (2003) e Babel (2006). Poi c’è la morte insopportabile (Cannibal Holocaust, di Ruggero Deodato, 1980), la morte indimenticabile con la faccia e le ali di Bruno Ganz (Il cielo sopra Berlino di Win Wenders, 1987), la morte con il collo e la satira di Meryl Streep (La morte ti fa bella di Robert Zemeckis, 1992), la morte di lacrime e argilla (Ghost, di Jerry Zucker, 1990), la morte vestita con delicatezza e sapere (Departures di Yōjirō Takita, 2008) e la morte sganasciata con i baffi e gli occhiali di un cadavere a passeggio (Weekend con il morto, di Ted Kotcheff, 1989). Per non parlare delle morti immortali, a parole: «Ricordati che devi morire» (Non ci resta che piangere di Roberto Benigni e Massimo Troisi, 1984), «voglio tornare a casa» (Buba in Forrest Gump di Robert Zemeckis, 1994) e «tutti muoiono, ma non tutti vivono veramente» (Braveheart, di Mel Gibson, 1995).

Braveheart, 1995
E che dire della morte scelta? Se ne può parlare puntualmente (Facing Death: Elisabeth Kübler-Ross, di Stefan Haupt, 2003), con punte di dolore insopportabili (Close, di Lukas Dhont, 2022), ma pure con un sorriso così dolce da farle fare il giro e diventare amore (Harold e Maude, di Hal Ashby, 1971). Se invece la morte è sì per scelta, ma di altri, allora i casi sono due: perdersi tra gli sguardi di Sean Penn e Susan Sarandon (Dead Man Walking, di Tim Robbins, 1995) o lasciarsi rapire e impietrire da quello di Robert Mitchum nell’uno e unico La morte corre sul fiume di Charles Laughton (1955).

Kill Bill, 2003
D’altronde lo abbiamo detto, al cinema si muore tutti i giorni. E Dio solo sa quanto. Il record? Dimenticatevi degli 88 Folli di Kill Bill: Volume uno (Quentin Tarantino, 2003). Secondo il pallottoliere finale il crisantemo d’oro va a Guardiani della galassia (James Gunn, 2014) con 83.871 on-screen body count. E pensare che a volte ne basta una, all’improvviso. Vero Óliver Laxe (Sirāt, 2025)?
Morte
Cliché 20.03.2026, 21:45






