1930-2026

L’uomo che rincorse la Loren, menò Nino Manfredi e rifiutò Il padrino

Mario Adorf, morto a 95 anni a Parigi, è stato molto più di un villain perfetto per il cinema di genere: da Sam Peckinpah a Dario Argento, da Volker Schlöndorff a Billy Wilder, ecco qualche ricordo dalla sua immensa carriera

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Con Ursula Andress in Le dolci signore, 1968
01:40

Cinema: addio a Mario Adorf

Telegiornale 09.04.2026, 12:30

  • IMAGO / Everett Collection
Di: Alessandro De Bon 

È morto un villano gentile. Mario Adorf, 95 anni di cui sessanta sullo schermo. Grande o piccolo che fosse, quello schermo con lui era sempre e comunque nobile. Come il suo animo e il suo sorriso capienti e generosi. Come la sua carriera, letteralmente interminabile: lunga sei decenni, larga due continenti e profonda più di duecento titoli. Tedesco nato in Svizzera con papà italiano, Adorf entrò nel cinema aprendo una porta per caso, o per amore, senza uscirne più.

Raccontare Adorf è un po’ come raccontare qualcuno che se accendi la televisione sai che da qualche parte lo trovi, è lì che ti aspetta; che sia in un grande classico in seconda serata, uno sceneggiato la domenica pomeriggio o un film d’autore a notte fonda. Mario Adorf era il suo fisico da villain perfetto, il suo viso da italiano del mondo, il suo baffo da messicano di Magonza e la sua barba bianca da nonno ideale.

Mario Adorf e Sophia Loren in Questi fantasmi, 1968

Mario Adorf e Sophia Loren in Questi fantasmi, 1968

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Impossibile rendere conto della sua filmografia, se non con una surfata che tenti di cavalcare qualche aneddoto. Come quello sul set di A cavallo della tigre (1961), film diretto da Luigi Comencini e scritto da Age e Scarpelli su soggetto di Mario Monicelli. Con lui, nel cast, Nino Manfredi e Gian Maria Volontè. Quando lo vide arrivare sul set però, a inizio riprese, Monicelli lo accolse con un «oh no, pensavo di aver preso Gert Fröbe», grande attore tedesco dell’epoca. Battuta o meno che fosse, andava bene così. Anzi, benissimo. Di lì a poco, da quel set in avanti, Adorf avrebbe menato Manfredi, amato Stefania Sandrelli, condiviso le armi con Sean Connery, tentato, rincorso e cercato Ursula Andress, Sophia Loren e Claudia Cardinale.

Con Gian Maria Volonté in "A cavallo della tigre", 1961

Con Gian Maria Volonté in "A cavallo della tigre", 1961

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Mario Adorf e i ruoli da cattivo (Mussolini compreso)

E se villano gli toccava essere, poteva forse evitare Benito Mussolini? È il 1973 e dopo ore di trucco un Mario Adorf incredibilmente calvo e sbarbato è pronto a interpretare il Duce sul set de Il delitto Matteotti, di Florestano Vancini, con Franco Nero e Vittorio De Sica. «Gli ero talmente simile che un’anziana signora per un attimo ci credette e urlò “è lui!”». A raccontarlo, nell’estate 2016, fu proprio Adorf, Pardo alla carriera di un’edizione di Locarno in cui si dedicò anima, cuore e chiacchiere al pubblico. Quello del Festival e il suo, così simili perché larghi come il cinema stesso.

Il delitto Matteotti, 1973

Il delitto Matteotti, 1973

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Tedesco, svizzero e italiano nel sangue, Adorf è stato europeo e americano davanti alla macchina da presa. Tra i giganti che lo vollero e diressero ci fu pure Sam Peckinpah, il Dio del Western. «Non mi accolsero benissimo sul set - ammise lui - Cosa ci faceva un tedesco biondo nei panni di un messicano?». Anche quella volta però tutto andò come non potevano che andare con Mario Adorf: benissimo, e in America tornò nel 1978 per girare con un certo Billy Wilder (Fedora, 1978).

"La mala ordina", 1972

"La mala ordina", 1972

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Che il mestiere fosse d’autore o popolare, al cinema o in televisione, per Adorf non faceva differenza, perché quel che contava non era dietro allo schermo, ma di fronte: il pubblico. E che fosse in una sala d’essai o in una cucina cambiava poco o nulla. Splendido colosso nei poliziotteschi anni ’70 come Milano calibro 9 di Ferdinando Di Leo, Adorf è stato anche Cuore di cane di Lattuada e La piovra, l’indimenticabile Le avventure di Pinocchio di Comencini e Fantaghirò, L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento e Il piccolo Lord. Ma anche, benché non soprattutto, Il tamburo di latta di Volker Schlöndorff, opera vertice del nuovo cinema tedesco, Palma d’Oro e Oscar al Miglior film internazionale.

Mario Adorf: i gran rifiuti, da Il mucchio selvaggio a Il Padrino

Per quanto possa sembrare impossibile, Mario Adorf è riuscito anche a non essere qualcuno, anche di clamoroso. Non è stato, per sua scelta, Il padrino e Il mucchio selvaggio e non è stato per un pelo, vittima tra le tante di quella produzione maledetta, Fitzcarraldo di Werner Herzog. Ma anche in questi casi, per sua stessa ammissione, è andata bene così: «Nel cinema, come nella vita, non sempre le cose più belle sono quelle che si vedono». E allora cos’altro potresti dire, se non «Grazie», a chi in quel cinema è stato Tagliabue, Bietolone e Cucaracha?

Con Ursula Andress in Le dolci signore, 1968

Con Ursula Andress in Le dolci signore, 1968

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