Gli anniversari tondi sono spesso un prodotto dell’industria culturale che tende a trasformare tutto in “evento”, ma talvolta fissano dei paletti e possono risultare molto utili per ripensare, riscoprire e riposizionare autori e opere ingiustamente sottovalutati o perfino negletti e dimenticati. È il caso di Valerio Zurlini in occasione del centenario della nascita. Originario di Parma, ma nato a Bologna il 19 marzo 1926 e morto a Verona il 26 ottobre 1982, Zurlini ha firmato alcune pietre miliari della cinematografia italiana del secondo dopoguerra: da Le ragazze di San Frediano del 1955 (tratto dall’omonimo racconto di Vasco Pratolini) a Estate violenta del 1959, da La ragazza con la valigia del 1961 a La prima notte di quiete del 1972 (queste tre opere, unite da uno stretto filo tematico, vanno a costituire la cosiddetta “Trilogia dell’Adriatico”, perché ambientate prevalentemente tra Rimini e Riccione, luoghi d’elezione di Zurlini insieme a Venezia e Roma).

Valerio Zurlini nel 1962
Ci sono inoltre lo snodo fondamentale rappresentato da Cronaca familiare del 1962 (sempre tratto dall’omonimo racconto autobiografico di Pratolini) e lo straordinario approdo nel 1976 alla sua opera maggiormente rivelatrice, Il Deserto dei Tartari, dal romanzo di Dino Buzzati. Zurlini sarebbe morto alcuni anni dopo, col rimpianto per altri progetti cinematografici mai realizzati. Il film tratto da Buzzati può essere quindi considerato a giusta ragione il suo testamento umano e artistico.
La trasposizione cinematografica de Il Deserto dei Tartari riassume infatti tutta la sua produzione precedente ed esprime in maniera definitiva la sua percezione della vita come sequenza di “illusioni perdute” (nel senso del romanzo di Balzac, più volte citato e ricordato da Zurlini in varie interviste dell’epoca) e più in generale la sua idea del “mondo”, o comunque lo si voglia definire, fatto di proustiane intermittenze del cuore e quindi fatalmente declinabile in termini di negazione, sottrazione, tempo che passiamo ma soprattutto tempo che passa sopra di noi, ci trasforma e deforma.
Se si eccettua Le ragazze di San Frediano, che si presenta apertamente come un divertissement (anche se non privo di implicazioni di più ampia portata, soprattutto nella sua restituzione di una certa Italietta provinciale degli anni Cinquanta), questa dimensione del tempo che deforma e della “malinconia senza rimedio” – l’espressione è di Zurlini – è presente ovunque nella sua opera e ne costituisce la cifra distintiva: il “mondo” è un infinito svanire da cui nascono i racconti e la morte non è altro che “la prima notte di quiete”, come dice il titolo dell’omonimo film ambientato in una Rimini invernale, tetra e lugubre, molto vera e realistica proprio perché lontanissima dagli stereotipi estivi, turistici e balneari.
Ha scritto lo stesso Zurlini nelle Pagine di un diario veneziano (Gli anni delle immagini perdute), un libro-confessione redatto negli ultimi mesi di vita: «I ricordi non sono oro colato. La memoria è bizzarra, indulgente, vanitosa, sentimentale, breve, è permalosa, bugiarda anche quando in buona fede, ma i suoi sentieri infiniti sono tracciati sempre da una logica segreta». Uomo coltissimo e di spiccata sensibilità, schivo per scelta ma anche per un connaturato pudore dei sentimenti, Zurlini ci ha lasciato un’opera di straordinaria coerenza e compattezza, fatta di ragione e fantasia, proiezioni immaginative, silenzi, disincanti e taciute tristezze.
Da Estate violenta a Il Deserto dei Tartari, la sua ricerca di una “logica segreta” esprime il senso di ogni lotta – tanto inutile quanto ineludibile – contro la transitorietà, le ombre, i fantasmi, le cose che si perdono e svaniscono nel grande (e non meglio definibile) spazio tra l’origine e la “prima notte di quiete”. Il tempo, dopo la sua prematura scomparsa, lo ha destinato ingiustamente all’oblio. A cento anni dalla nascita, è giunta l’ora di riparare il torto e riscoprire la sua (la nostra) “malinconia senza rimedio”. Come ha scritto il suo amico Vasco Pratolini: «Con i suoi pochi film, la sua operosità culturale, il suo umano sbaraglio, ha saputo essere un appassionato e misurato interprete del suo tempo».
Archivi del '900: Dino Buzzati
Diderot 13.03.2019, 17:05
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