Un testo che per decenni è rimasto confinato tra le pieghe della storia del pensiero, il Nuovo Manifesto di Theodor Adorno e Max Horkheimer, emerge ora alla luce. I due giganti della filosofia e della sociologia tedesca del Novecento, figure centrali della Scuola di Francoforte, accarezzarono a lungo l’idea di un documento politico che, pur ispirandosi al celebre Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, ne superasse i limiti e ne aggiornasse la visione in un’epoca profondamente mutata. Un progetto ambizioso, sviluppatosi attraverso intense conversazioni in due momenti cruciali - il 1939 e il 1956 - che tuttavia non prese mai forma compiuta. Per la prima volta, queste riflessioni frammentarie eppure dirompenti sono accessibili al pubblico italiano nel volume Verso un nuovo Manifesto, edito da Castelvecchi. Dell’opera ha parlato il curatore, Nicola Emery, filosofo, presidente della Fondazione Max Horkheimer e direttore degli Incontri Internazionali Max Horkheimer tra Locarno e Losanna.
Il contesto storico in cui Adorno e Horkheimer iniziarono a confrontarsi su questo “nuovo manifesto” è di fondamentale importanza. Il 1939, come sottolinea Nicola Emery, fu un «anno infausto», segnato dal patto di non aggressione tedesco-sovietico. Questo evento rappresentò uno spartiacque, costringendo i due pensatori a ripensare radicalmente il marxismo e a distanziarsi da una visione riconducibile allo stalinismo. La loro intenzione era quella di elaborare «una visione di un marxismo che non è assolutamente ascrivibile a quello dello stalinismo sovietico». Nonostante le profonde differenze temporali e storiche rispetto al 1848 di Marx ed Engels, Adorno e Horkheimer mantenevano saldi alcuni principi fondamentali. «Venne mantenuto indubbiamente il progetto, l’anelito per una società in cui sia possibile essere felici. E venne mantenuta la critica. E il disgusto per una società segnata da rapporti di produzione, quelli capitalistici, che impediscono la felicità nella misura in cui costringono a un lavoro salariato e a condizioni spesso molto dure», afferma Emery. L’anelito anticapitalistico rimaneva, ma con la consapevolezza che il proletariato, nella loro diagnosi, non costituiva più il soggetto rivoluzionario capace di portare a una società della felicità.
Il marxismo elaborato da Adorno e Horkheimer si confrontava con una realtà in cui «il capitalismo ha dimostrato e dimostra di saper sopravvivere eccome alle contraddizioni». Per i francofortesi, la storia era bloccata nella formula del “capitalismo di Stato”, una forma che annienta le contraddizioni e impedisce la loro esplosione, sia sotto regimi totalitari sia in democrazie solo apparenti. «Grazie agli apparati di Stato, grazie all’ideologia, grazie anche alla cultura - ma non solo - e ai rapporti di forza e alla repressione, riesce a mantenere comunque invariato e perenne uno stato di soggezione e di subalternità della popolazione», spiega Emery.
Un altro momento cruciale per le conversazioni fu il 1956, anno del XX Congresso del Partito Comunista Sovietico e del celebre rapporto Krusciov, che svelò i crimini di Stalin e sconvolse il mondo comunista. L’ordine dei testi nel volume, che presenta prima le conversazioni del 1956 e poi i frammenti del 1939, non è casuale. «La mia scommessa, come cerco di sviluppare nel lungo saggio introduttivo che precede i testi che lei ha menzionato, è quella appunto di collocare le date in chiave storica», chiarisce Emery. In questo contesto, Adorno e Horkheimer cercavano un «varco entro questi spazi alternativi», immaginando un successo per il loro manifesto anche in Italia, dove intellettuali come Renato Solmi e Raniero Panzieri erano in stretto dialogo con loro. L’idea era quella di «essere contro i russi» e contro il comunismo stalinista, repressivo, aprendo la strada a quella che sarebbe poi diventata la nuova sinistra.
Le conversazioni tra Adorno e Horkheimer, come emerge dal volume, erano intrinsecamente dialettiche, non lineari, un «brillante scambio di idee tra posizioni che a volte sembrano opposte». Sul retro di copertina del libro, due citazioni emblematiche riassumono questa tensione: Adorno afferma che «ci vogliono convincere che la natura umana pone dei limiti all’utopia, ma è falso. Esiste la possibilità di una realtà senza catene». Horkheimer, d’altra parte, avverte: «A lungo termine le cose non possono cambiare, c’è sempre la possibilità della regressione». Questo apparente contrasto tra utopista e pessimista era, in realtà, il motore del loro confronto. «Tutto il testo, a mio modo di dire splendido, perché è estremamente dialettico, non chiuso, non finito. E questo è una virtù. Nulla di sistematico», commenta Emery. Il loro dialogo, influenzato anche da figure come Walter Benjamin e Schopenhauer, procedeva per salti, in una continua variazione sul tema di Marx, cercando di «rifare Marx con variazioni, con un principio appunto di variazione continua».
Il Manifesto incompiuto
Alphaville 18.02.2026, 11:05
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