Varcare la soglia di una chiesa significa spesso lasciare alle spalle il frastuono del quotidiano per entrare in uno spazio di raccoglimento e senso. A Zurigo-Seebach, quartiere multietnico e dinamico a nord della città, questa soglia introduce però anche a un modo nuovo di vivere la fede. La parrocchia cattolica di Maria di Lourdes, nata nel 1935, è oggi un laboratorio spirituale in cui tradizione e cambiamento convivono, guidati da una figura fuori dagli schemi: il parroco Martin Piller.
«Ho sempre detto che sono il parroco di tutti quelli che vivono qua, non solo dei cattolici», afferma Piller, sintetizzando un approccio radicalmente inclusivo. In una comunità che conta circa seimila fedeli su trentaduemila abitanti, la parrocchia si apre a credenti e non, cristiani di diverse confessioni e persone di altre religioni. Non è raro che musulmani, ortodossi o induisti partecipino alle attività o addirittura alla liturgia. «Non tutti coloro che lavorano con noi sono cattolici», spiega, «e questo per me è un arricchimento».

Il parroco Martin Piller
L’impegno della parrocchia si declina anche in iniziative concrete: incontri tra rifugiati e residenti, un’officina sociale che offre lavoro a persone in difficoltà, spazi di scambio gratuito di beni. Ma è soprattutto nella visione spirituale che emerge la specificità di Piller. «Io mi considero innanzitutto un essere umano. Voglio essere con gli altri e fra gli altri», dice, ridimensionando il ruolo sacerdotale a favore di una dimensione più universale.
Questa apertura si riflette anche nella celebrazione della fede. Le messe, in particolare quelle per famiglie, diventano momenti partecipativi e creativi. «La prepariamo insieme, ci scambiamo idee sul testo biblico», racconta. «Se non è semplice, non è vivo». Eppure, proprio il formato tradizionale della messa è oggetto di critica: «È completamente superato come unica forma valida di funzione religiosa», afferma senza esitazioni.
Il rapporto con i giovani evidenzia ulteriormente le tensioni del presente. Secondo Piller, molti cercano nella religione una «sicurezza rigida», spesso influenzata da contenuti trovati online. «Non credo in questo tipo di sicurezza», dice, «ma non voglio nemmeno togliergliela». Il suo approccio evita lo scontro diretto, privilegiando il dialogo e l’ascolto.
Dietro queste posizioni emerge una riflessione più ampia sul futuro della Chiesa. «Gran parte di quello che fa la Chiesa oggi è preservare se stessa così com’è. Ma non è questa la sua funzione», sostiene. Per Piller, la priorità dovrebbe essere un’altra: «Di cosa hanno bisogno le persone?».
La sua visione si spinge fino a immaginare una Chiesa decentralizzata, capace di adattarsi ai contesti locali. «Non è possibile emanare da un solo centro direttive valide per tutto il mondo», afferma, auspicando maggiore libertà per le comunità. Una prospettiva che include anche aperture controverse, come la possibilità di ammettere tutti alla comunione o integrare elementi di altre tradizioni spirituali: «Integro nella mia fede cristiana elementi del buddismo e dello yoga».
Al centro di tutto resta il rapporto con il divino, vissuto in modo non dogmatico. «Dubito spesso del Dio propagato dalla Chiesa», ammette, «ma non della sua esistenza». E aggiunge: «Dio è molto più grande di quanto possiamo immaginare».
Quella di Seebach non è una voce isolata, ma il segnale di un cambiamento che attraversa anche la Chiesa cattolica. Un cambiamento che mette in discussione dogmi, riti e strutture, cercando nuove forme di spiritualità più aderenti alla vita contemporanea.
Dal Vaticano alla periferia zurighese la distanza resta ampia. Ma proprio su quella soglia, tra tradizione e innovazione, si gioca forse il futuro della fede.
Tra la soglia di Seebach e il soglio di Roma
Laser 30.06.2026, 09:00
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