Il botta e risposta di ieri fra papa Leone e i lefebvriani della Fraternità San Pio X dice quanto le distanze fra le parti siano incolmabili. «Lacerare la tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità», ha scritto Prevost a don Davide Pagliarani, superiore dei lefebvriani, affinché rinunci alle ordinazioni episcopali illecite che quest’oggi portano alla scomunica dei nuovi vescovi residenti ad Écône, nel Canton Vallese. «Prenda tempo per riflettere», è la lapidaria risposta di Pagliarani che chiede al vescovo di Roma di non procedere con la scomunica. E ancora: «Noi al servizio della Chiesa, ci benedica».
A dividere, fin dalla prima ordinazione episcopale del 1988 portata avanti da Marcel Lefebvre e che obbligò Giovanni Paolo II a confermare la scomunica latae sententiae (il fedele vi incorre automaticamente quando commette un determinato delitto, senza bisogno che un giudice ecclesiastico emetta una condanna) ci sono le riforme messe in campo dal Concilio Vaticano II, la grande assise che si chiuse nel 1965 a Roma e che segnò uno spartiacque fondamentale nella vita della Chiesa. Per i papi quel Concilio significò sì riformare, ma senza tradire il passato. Per i lefebvriani ancora oggi ha significato al contrario uno stravolgimento protestantizzante, un’onta inaccettabile.

Un'ordinazione sacerdotale del 20 goiugno 1977 ad Écône
È una calda giornata di luglio a Écône. In 17mila, fra religiosi e laici appartenenti alla Fraternità, sono presenti - si dice che in tutto siano circa 600’000 i fedeli nel mondo - per quello che per loro è un gesto necessario: procedere all’ordinazione dei nuovi vescovi per garantire una continuità dottrinale alla stessa Fraternità. La celebrazione, in diretta social, si svolge in rito antico e in latino, preceduta da una processione, e presieduta da monsignor Alfonso de Galarreta, vescovo consacrante, coadiuvato da monsignor Bernard Fellay. Nel 2009 papa Benedetto XVI aveva provato a ricucire togliendo, con diverse polemiche a seguire, la scomunica ai vescovi ordinati da Lefebvre. Ma oggi tutto torna come prima: ancora una volta i tradizionalisti che alla fine del secolo scorso scelsero la Svizzera (dalla Francia) perché poteva garantire loro maggiore libertà espressiva, di movimento, si mettono fuori dalla comunione con Roma riaprendo una ferita non facilmente rimarginabile.

Un momento della controversa consacrazione di stamani a Ecône
Roma non tornerà mai indietro rispetto al Concilio Vaticano II. I lefebvriani è questo che contestano, in particolare cinque sono i pilastri che considerano come una pericolosa deviazione dalla tradizione. Il primo rifiuto riguarda il principio della libertà religiosa. La proclamazione del diritto alla libertà di coscienza rappresenta un cedimento al relativismo, per Écône, perché lo Stato avrebbe il dovere morale di riconoscere il cattolicesimo come unica vera religione. Quindi la condanna dell’ecumenismo, e cioè il dialogo con protestanti e ortodossi visto come un tradimento della missione salvifica della Chiesa. E ancora la non accettazione della collegialità episcopale: la dottrina che associa i vescovi al governo della Chiesa universale è letta come un’indebita democratizzazione delle strutture gerarchiche. Quindi la liturgia, con il totale rifiuto della riforma liturgica del 1969, ovvero della “Nuova Messa” di Paolo VI, celebrata nelle lingue nazionali, accusata di aver protestantizzato il culto. E, infine, il rifiuto di ogni forma di “aggiornamento” alla mentalità contemporanea, condannando l’apertura alla laicità dello Stato e la revisione storica dei rapporti con le altre religioni, in particolare con l’ebraismo.
Leone ha fatto di tutto per non arrivare allo scisma. Già Francesco, del resto, chiuse alle riforme dottrinali anche perché paventava un rischio di scisma alla sua “destra”. E, in effetti, è qui che risiede un ulteriore pericolo per Roma, nel fatto che il mondo conservatore cattolico, e più in generale cristiano, veda in Écône la possibilità di una propria legittimazione anche fuori dalla comunione con Roma. Del resto, è significativo un sostegno palese della stessa Fraternità a figure come Donald Trump e JD Vance. Il portale ufficiale dei lefebvriani ha infatti tradotto e rilanciato l’intervista sulla conversione al cattolicesimo di Vance, e in un editoriale dello scorso febbraio lo ha descritto come il simbolo di una nuova classe dirigente a Washington, pronta a usare il cattolicesimo come codice identitario per rifondare la cultura americana. Insomma, una chiara apertura a un mondo che da tempo considera Leone un proprio nemico.
En conflit avec le Vatican, Saint-Pie X s’apprête à sacrer des Evêques à Ecône (RTS, 19.30 del 29.06.2026)








