Il Texas può imporre alle scuole pubbliche di esporre i Dieci Comandamenti nelle aule. Lo ha stabilito la Corte d’Appello del Quinto Circuito, con una decisione che segna una vittoria importante per i conservatori che da anni spingono per reintrodurre la religione nell’istruzione pubblica.
Il verdetto è passato con nove voti favorevoli contro otto, una maggioranza molto risicata che riflette la profonda divisione non solo nella magistratura, ma nell’intera società americana sul rapporto tra Stato e religione.
Al centro della vicenda c’è il Senate Bill 10, approvato dal Parlamento del Texas nel 2025 e firmato dal governatore ultraconservatore Greg Abbott. La legge impone a tutte le scuole pubbliche di esporre in ogni aula un poster dei Dieci Comandamenti, di almeno 40 per 51 centimetri, collocato in un punto ben visibile.
Il testo dei poster deve corrispondere alla versione già esposta nei terreni del Campidoglio texano e, inoltre, i poster devono essere donati da privati: un dettaglio che, secondo i sostenitori della norma, neutralizzerebbe eventuali obiezioni di incostituzionalità.
Il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, esponente della destra più dura, ha definito la decisione «una grande vittoria per lo Stato e per i nostri valori morali», aggiungendo che «i Dieci Comandamenti hanno avuto un’influenza profonda sulla nostra nazione ed è importante che gli studenti li apprendano ogni giorno».
Di diverso avviso sono sedici famiglie texane di varie fedi - ebree, musulmane, cristiane non protestanti e atee - che, sostenute dall’American Civil Liberties Union (Aclu), avevano impugnato la legge, giudicandola «catastroficamente incostituzionale». Il loro punto centrale è che la norma impone ai bambini una versione protestante dei Dieci Comandamenti che molti texani, credenti e non, non sentono propria.
La Corte ha respinto queste obiezioni. Nelle motivazioni, la maggioranza ha sostenuto che la legge non viola la libertà religiosa, perché non impone pratiche di culto né sanziona chi rifiuta i Dieci Comandamenti. In sostanza, la presenza di un poster non equivale all’imposizione di una religione di Stato.
I giudici dissenzienti hanno invece espresso una posizione opposta, evidenziando come i padri fondatori volessero evitare proprio una simile commistione tra potere religioso e potere statale. La battaglia legale è comunque tutt’altro che chiusa. Le organizzazioni che rappresentano le famiglie ricorrenti hanno annunciato l’intenzione di portare il caso davanti alla Corte Suprema.
Al di là del tema religioso, la vicenda si inserisce in un contesto politico più ampio: le scuole pubbliche statunitensi stanno diventando sempre più un campo di scontro culturale. Dopo le polemiche su diritti civili e insegnamento della storia, ora al centro del dibattito entra la religione, non più solo come materia di studio, ma come presenza quotidiana imposta nello spazio educativo e visibile a tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro fede.





