«Nell’immobilità della calura si nasconde sempre un movimento segreto, la poesia serve proprio a renderlo visibile».
È da questa intuizione che Ilaria Gaspari guida gli ascoltatori di In altre parole in un percorso tra filosofia e letteratura, intrecciando la propria voce con quella di Ingeborg Bachmann, a cent’anni dalla nascita della poetessa austriaca (25 giugno 1926). Mentre le temperature estreme portano a una percezione quasi sospesa del tempo, la riflessione proposta da Gaspari si trasforma in un invito a rileggere la calura attraverso gli strumenti della poesia.
Scrittrice e filosofa, milanese, Gaspari ha costruito un percorso che unisce rigore accademico e divulgazione narrativa: dagli studi alla Scuola Normale Superiore di Pisa, con una tesi sul panteismo e l’immaginazione in Spinoza, fino al dottorato a Parigi dedicato alle passioni. Autrice di romanzi e saggi - tra cui Etica dell’acquario (2015), Lezioni di felicità (2019) e La reputazione (2024) - affianca all’attività letteraria quella giornalistica e radiofonica, con una particolare attenzione al rapporto tra filosofia e vita quotidiana.
Al centro della puntata, Bachmann: «Nasce a Klagenfurt, sul confine, e quella del confine diventa per lei una parola fondamentale», ricorda Gaspari. Proprio l’attraversamento dei limiti, sia geografici sia linguistici sia simbolici, emerge nella raccolta Invocazione all’Orsa Maggiore, soprattutto nelle poesie nate dopo il viaggio nel Sud Italia nel 1953, quando la poetessa soggiornò a Ischia su invito del compositore Hans Werner Henze.
In quei testi, il paesaggio mediterraneo si offre come uno spazio apparentemente immobile, segnato dalla luce e dalla ripetizione dei gesti: la terra, la vite, il ritmo lento delle giornate estive. La stasi, tuttavia, è solo superficiale. «È un Sud ctonio - ovvero relativo alle divinità legate al mondo sotterraneo, ndr - attraversato da una vita sotterranea: elementi che sembrano fermi e invece sono percorsi da un soffio», spiega Gaspari. Un soffio che, nella lingua poetica di Bachmann, si traduce spesso in un movimento verso l’altro, in una tensione dialogica che distingue la sua scrittura da quella monologica di molta lirica novecentesca.
Il Sud diventa così alterità irriducibile, luogo in cui convivono mitologie pagane e residue tracce di sacro, il morso della taranta, le credenze popolari, la percezione che sotto la superficie della terra si muova qualcosa di invisibile ma vivo. In questo paesaggio, la poetessa costruisce un sistema di segni concreti («piccole luci», dettagli naturali, immagini quotidiane) che rimandano a un messaggio cifrato, a una dimensione ulteriore dell’esperienza.
Gaspari sottolinea come questa visione possa offrire uno strumento per leggere il presente: «Oggi viviamo una calura anomala, legata al cambiamento climatico. La poesia ci aiuta a stare dentro questa esperienza, anche quando ha qualcosa di allucinatorio». Non una fuga, dunque, ma un ampliamento della percezione: la possibilità di abitare il caldo, la lentezza e persino l’inquietudine come occasioni di consapevolezza.
Uno dei nuclei più forti della riflessione riguarda proprio il rapporto tra immobilità e trasformazione. Nelle poesie di Bachmann, la fissità del paesaggio non è mai definitiva. Al suo interno si agitano forze erotiche, mitiche, vitali. «È un movimento di turbamento e seduzione», osserva Gaspari, in cui la natura e l’immaginario si intrecciano fino a rendere indistinguibile il confine tra reale e simbolico.
Emblematico, in questo senso, è il verso «Die Nacht muss wenden das Blatt - la notte deve voltare pagina». Il termine «Blatt», che in tedesco significa sia «pagina» sia «foglia», racchiude il doppio registro della poesia bachmanniana: la scrittura e la natura, entrambe soggette a metamorfosi. «Anche il caldo ci costringe a cambiare», aggiunge Gaspari, «e in ogni cambiamento c’è un movimento che ci spinge avanti».
Ecco allora perché è importante anche rallentare, cercare un’ombra, e attraversare la poesia come spazio di indulgente attenzione al mondo. Tornare a Invocazione all’Orsa Maggiore, nella traduzione di Luigi Reitani per Adelphi, non è solo un gesto culturale, è anche una pratica estiva, un modo per accordarsi alle cadenze della natura e riscoprire, dentro la stasi apparente, il ritmo segreto della trasformazione.






