Il mio unico contatto con Franco Battiato risale a molti anni fa. Mi trovavo nella casa del Maestro sufi Gabriele Mandel Khan, uno dei più insigni studiosi di mistica islamica del panorama italiano. Traduttore, tra le altre cose, dell’immensa opera di Rumi in sei volumi Mathnawi (che in ambito religioso è considerata la Divina Commedia del mondo islamico), Mandel mi chiese:
«Perché non chiamiamo il mio amico Battiato? Molte cose sul sufismo potrebbe raccontartele lui».
Detto fatto, compose il numero, si intrattenne un po’ con l’autore de La cura e me lo passò. Poche parole, il tempo di udirne la voce inconfondibile e chiedergli qualche informazione sul suo agente e ci salutammo.
Quel fievole «contatto» continuò tuttavia a ripresentarsi, al mio pensiero, per molti anni. Perché lui era Battiato, perché era, per me come per molti, una leggenda vivente? No, perché nel fondo modesto della «mia» spiritualità si era creato un filo di connessione che in qualche modo, attraverso Mandel e Battiato, mi portava al cuore dell’Islam: il sufismo. E da quel «cuore» mi riconsegnava alle pagine di Rumi.
Si dirà: semplice concatenazione logica, niente di trascendentale. Invece l’opera di Battiato, come d’altronde quella di Mandel, di Rumi e di tutti i mistici musulmani e non, insegna esattamente il contrario: ogni «contatto» vissuto nel segno dello spirito resiste alle distanze, alla fragilità della vita e delle sue circostanze e persino all’oltraggio della morte.
E su questo Battiato ha insistito in quasi tutti i suoi brani, ricordandoci, come è ovvio tra i mistici, e come brillantemente ha rimarcato Guido Ceronetti a proposito di Henry Corbin e del suo La mistica islamica (Adelphi), che «altre dimensioni sono possibili».
Da lì partì dunque la mia «rilettura» dei capolavori di Battiato. E da quel casuale «contatto» un’interrogazione ancora più avvertita delle sue composizioni.
Si potevano ritenere, come avventatamente aveva proclamato Michela Murgia, quelle di Battiato canzoni «brutte» e dai «testi fragili», da considerare (parole sue) «minchiate assolute», o viceversa era proprio la loro irriducibilità ai canoni della letteratura «di facciata» a renderli così familiarmente degni di quella che si può chiamare lingua mistica?
La musica di Franco Battiato
Voi che sapete... 15.05.2026, 16:00
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Naturalmente non mi fu difficile propendere per la seconda ipotesi. Se non altro perché, appunto, «leggendo» Battiato leggevo Mandel, «leggendo» Mandel leggevo Rumi e «leggendo» Rumi leggevo quella che infine è la materia del misticismo: l’ulteriorità.
Ma non solo: Battiato non ci ha insegnato soltanto, coadiuvato in questo da Manlio Sgalambro, il filosofo dai mille «scardinamenti», l’ethos della ricerca spirituale, il mondo come ulteriorità e universalità, lo spirito come patria fondativa dell’umano, il rapporto con la trascendenza come rapporto con la natura essenziale dell’uomo (e della sua componente divina), bensì anche qualcos’altro: che spiritualità e scienza attraversano in definitiva lo stesso percorso. Riconoscendo entrambe, pur da prospettive diametralmente opposte, la sovrana indistricabilità tra le cose e le creature del mondo. Nel tempo e nello spazio.
Lo ricordava tra gli altri uno dei grandi amici di Battiato, Guido Guidi Guerrera, firma di QN ma soprattutto biografo storico del Maestro. In un’intervista con Marco Lippini dichiarava: «La vibrazione che ci legava interessava i centri del cuore» (che essendo una valvola non dovette suscitare troppo l’interesse della Murgia). E aggiungeva: «Paul Dirac (uno dei padri della fisica quantistica) diceva che due sistemi che hanno interagito per un periodo di tempo anche se sono distanti, continuano questa interazione. Lo stesso Franco aveva capito come gli antichi maestri sufi avessero anticipato da tempo tale teoria».
Ecco, quello che noi comunemente chiamiamo mysterium in realtà è un aldilà del saputo e del risaputo di cui il sufismo – e ovviamente Battiato – aveva già percepito l’esistenza. Ma che la scienza non aveva ancora saputo nominare prima dell’avvento della fisica quantistica. Un universo di interconnessioni (ecco la parola: di «contatti») che sfuggono all’occhio ma non al cuore, sfuggono (spesso) alla misurazione ma non allo spirito, sfuggono alla ragione e alla ragionevolezza ma non al sentimento. E soprattutto sfuggono, in apparenza, alle «leggi di natura» ma non necessariamente alle «leggi universali».
In questo quadro tutta la musica di Battiato – testi compresi – non è altro (ed è tantissimo) che un formidabile invito a com-prendere senza necessariamente comprendere, a percepire senza necessariamente decodificare, a conoscere senza necessariamente capire.
È sufismo, appunto, è misticismo, è oltrepassamento dell’ovvio e del tangibile.
E questo è quanto il vasto pubblico dei suoi ammiratori – spesso a loro insaputa – ha saputo cogliere in qualche recondito interstizio della propria anima: non già che siamo tutti alla disperata ricerca di un «centro di gravità permanente», non già che tutti agognamo qualcuno che si «prenda cura» di noi, ma che al di là della nostra vita, dentro la nostra vita, dentro di noi, ne palpita una infinitamente più vasta, la cui dicibilità può appunto essere detta solo con quel lessico d’oltremondo che se ad alcuni appare «fragile», in realtà è l’unico in grado di approssimarsi, pur senza mai lambirla, alla dimensione della trascendenza.








