Ci sono incontri che rivelano il lignaggio.
Per Lama Michel Tulku Rinpoche tutto comincia in un salotto brasiliano, a cinque anni, quando sua madre invita un maestro tibetano (Lama Gangchen) proveniente dall’altra parte del mondo. Lui lo guarda, si avvicina, e qualcosa scatta. «Non volevo separarmi da Lui; ho perfino dormito con Lui il primo giorno», ricorda nella sua biografia. Non è misticismo, non è destino scritto: è un riconoscimento immediato, come quando si ritrova un volto che non si sapeva di conoscere. Il buddhismo direbbe che certe connessioni non nascono, emergono. Sono già lì, sotto la superficie.
Michel Lenz Cesar Calmanowitz cresce in una famiglia ebraico‑cristiana, con una madre psicoterapeuta e un padre ingegnere che diventerà monaco. Una famiglia normale, se non fosse che il bambino che dorme accanto a Lama Gangchen viene presto riconosciuto come tulku, reincarnazione di un maestro precedente. Lui, però, non si lascia impressionare. «Credo in quello che l’esperienza mi dimostra o la ragione mi spiega», dice nell’intervista a Lo Specchio. È un modo di stare al mondo che ricorda la logica buddhista: non credere perché qualcuno lo dice, ma perché lo verifichi per esperienza diretta.

Ospite: Lama Michel
Lo Specchio 25.01.2026, 19:20
Il legame con Lama Gangchen diventa il centro della sua vita. Pellegrinaggi in India, Nepal, Tibet. Monasteri Gelugpa, cerimonie, insegnamenti. A otto anni il riconoscimento ufficiale; a dodici la decisione di entrare nell’università monastica di Sera Me, fondata nel 1419. Non per obbedire a un titolo, ma per seguire un esempio. Il buddhismo chiama questo lignaggio: una trasmissione viva, da mente a mente, più che da libro a libro. È ciò che permette agli insegnamenti di non diventare teoria, ma esperienza.
Il suo primo nome monastico, Jangchub Choephel, significa “Colui che accresce il Dharma dell’Illuminazione”. È un nome impegnativo, ma Michel lo porta con naturalezza. Fin da piccolo parla in pubblico, insegna, accompagna il suo maestro nei viaggi. Non c’è sforzo, non c’è posa: c’è familiarità. Come se la filosofia buddhista fosse una lingua madre che non ha dovuto imparare, solo ricordare.
Gli anni di studio sono intensi: dialettica, logica, psicologia buddhista, Lam‑Rim, Lo‑Jong, Guru Puja, meditazioni tantriche, ritiri, iniziazioni. Dodici anni in cui la mente viene addestrata a vedere se stessa.
Dopo gli studi, si trasferisce in Italia per servire Lama Gangchen. Continua a formarsi, viaggia in Tibet, approfondisce astrologia, medicina, tantra. Compila un almanacco astrologico di 111 anni che diventerà riferimento per il monastero di Tashi Lhunpo. Insegna, scrive, crea un canale YouTube con migliaia di ore di insegnamenti gratuiti. Non c’è mai un tono da maestro distante: c’è un modo semplice, diretto, quasi domestico di parlare di cose profonde.
Il buddhismo direbbe che si lavora sui klesha, gli oscuramenti mentali: ignoranza, attaccamento, avversione. Non per eliminarli, ma per trasformarli. È la stessa logica con cui Lama Michel parla delle emozioni: non sono nemiche, sono energie. La rabbia, ad esempio, può essere una forza necessaria in alcune situazioni, purché non diventi desiderio di ferire. La linea che separa la lucidità dalla violenza è sottile, ma decisiva.
Anche la sessualità, spesso trattata come un tabù, viene affrontata senza imbarazzi. L’energia sessuale, dice Lama Michel, può essere trasformata, indirizzata, compresa. Non repressa. La repressione, nel buddhismo, è solo un altro modo per alimentare ciò che si vuole evitare. Meglio guardare, riconoscere, scegliere.
E poi c’è il tema della reincarnazione, che Lama Michel spiega con una semplicità disarmante: non è la stessa persona che ritorna, ma una continuità sottile, un continuum mentale che porta con sé predisposizioni, come un DNA spirituale che si attiva in base all’ambiente. Il karma, in questa prospettiva, non è punizione ma probabilità: ciò che coltiviamo tende a ripresentarsi.
Alla fine, ciò che colpisce non è la sua storia straordinaria, ma la sua normalità. Lama Michel non parla come un maestro lontano, ma come qualcuno che ha attraversato le stesse fatiche degli altri e ha trovato un modo diverso di starci dentro. Un modo che non promette salvezza, ma presenza. Un passo dopo l’altro, un respiro dopo l’altro. In un mondo che corre, lui continua a camminare, come ha descritto nel suo libro Dove vai così di fretta? (Bompiani).
Il buddhismo, per lui, è un metodo per stare nel mondo senza esserne travolti. La mente, dice, è come un vaso: se è pieno, trabocca. Se è vuoto, accoglie. La fretta, quella vera, non è correre: è «la sensazione di non aver tempo». È ciò che lo ha portato al burnout, non per mancanza di senso, ma per mancanza di spazio. È un insegnamento che vale più di mille sutra: la pace non è un premio, è un ritmo.
Oggi Lama Michel vive ad Albagnano, sul Lago Maggiore, dove guida un tempio tibetano aperto a chi cerca un modo diverso di respirare. Non promette illuminazioni, non offre scorciatoie. Offre presenza. Un passo dopo l’altro, un respiro dopo l’altro. Il buddhismo direbbe che la mente sottile continua da vita a vita; lui direbbe che ciò che conta è ciò che coltiviamo adesso. E forse, in fondo, è la stessa cosa.

Il tempio di buddismo tibetano ad Albagnano



