Filosofia e Religioni

Caro Darwin, siamo arrivati all’involuzione?

Dalla scimmia all’uomo e dall’uomo al postumano, la scommessa del grande naturalista britannico torna a sollecitare la nostra etica: di quale evoluzione stiamo parlando?

  • 49 minuti fa
Caricatura di Charles Darwin, 1878

Caricatura di Charles Darwin, 1878

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Di: Marco Alloni 

Evoluzionismo? O piuttosto, involuzionismo? O per meglio dire: evoluzione o involuzione? Più l’uomo diventa uomo, più si distanzia da quel «naturale candore» che è degli animali, meno la domanda appare in effetti peregrina. Al punto da indurci a pensare: non c’è forse troppo ottimismo nel vantarci di non essere più scimmie?

All’epoca di Charles Darwin (1809-1882) una simile perplessità sarebbe sicuramente apparsa malriposta: dopo un secolo di Lumi e la perentoria ascesa del pensiero positivista di Comte e Spencer, la tentazione di riportare l’uomo al centro del mondo, di dare un’ultima spallata al teocentrismo, doveva infatti predominare su ogni possibile scrupolo, a partire da quelli cristiani. Eppure oggi torna ad avere un suo fondamento, se non altro perché dal passaggio dal creazionismo all’evoluzionismo siamo giunti a quel discrimine tra umano e postumano, dall’intelligenza naturale alla cosiddetta intelligenza artificiale, che la domanda non può che suggerirla all’inverso: e se in questo passaggio dal bestiale al postumano a fare le spese del progresso fosse proprio l’uomo?

Ragionando sull’immensa portata scientifica e morale che accompagnò Darwin nel suo itinerario alla ricerca del nostro «antenato primigenio», siamo sempre stati inclini a osservare la contrapposizione essenziale nel binomio creazionismo/evoluzionismo, ovvero a sancire una sorta di antimonia irriducibile tra passatismo e progressismo, «ingenuità del pensiero religioso» e «superiorità oggettiva della scienza». Per cui abbiamo quasi sempre impostato il dibattito in termini di esaltazione della modernità a discapito delle sedicenti verità premoderne della Chiesa. Come se, infine, non potesse sussistere che un inconciliabile aut-aut: o con il passato o con il futuro, o con la verità di fede o con la verità della scienza.

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Darwin express

Il giardino di Albert 24.01.2026, 16:55

  • ©Arte France/Capa Presse/TF1 Production

Ma è assai probabile che Darwin, a bordo del suo Beagle, su cui trascorse oltre tre anni di ricerche ai quattri angoli del pianeta (in particolare intorno alle isole Galapagos), questa definitiva lacerazione o «cesura» non la accettò mai fino in fondo. O non altro che come conflitto tra l’educazione subita e gli slanci scientifici che lo attanagliavano.

Sì, è molto probabile che questa che è diventata nei decenni e nei secoli la più radicale delle antinomie – O con Dio o con Darwin – si esprimesse, dentro di lui, in una formula molto più mite: Sia con Dio sia con Darwin. Almeno nella misura in cui in Dio non era depositato, non è depositato, solo ciò che di più manifestamente antiscientifico si possa immaginare, ma anche ciò che di più divino alberga nell’uomo, vale a dire la sua più intima umanità – o se vogliamo la sua anima. Che nessun riduzionismo scientifico e nessuna frettolosa assimilazione tra «anima» e «animale» potrà mai cancellare.

A prua della sua nave ci piace allora immaginare Darwin non scegliere tra sé e le verità della Chiesa, ma conciliarle in un esaltato: «L’uomo è la risultante di un adattamento all’ambiente, è la risultante di un antenato comune e non appartiene che a quel grande processo cosmico chiamato evoluzione delle specie naturali e animali... ma nel suo percorso dalla primitività alle forme più elaborate di sé non deve dimenticarsi, non può dimenticarsi, della propria essenza: cioè di essere provvisto, oltre che della propria animalità, di un’anima».

Charles Darwin, 1896

Charles Darwin, 1896

  • IMAGO / piemags

In questo quadro – in questo sentimento della vita a bordo del Beagle – è dunque possibile che, per quanto in forma frammentaria, a Darwin sia baluginata la domanda più imbarazzante, forse la più terribile: «E se nel suo formidabile processo di evoluzione l’uomo non stesse in realtà evolvendo ma involvendo? E se alla fine di questo immenso processo evolutivo, che ci ha portati dalle scimmie all’essere padroni dell’universo, scoprissimo infine che superiori non sono gli esseri evoluti ma quelli primordiali?» Domande che ricacciava verosimilmente in qualche antro disabitato della coscienza, ma che dopo millenni di cristianesimo e secoli di darwinismo oggi non possono che tornare a echeggiare: dove stiamo andando, in questo nostro estenuante processo evolutivo, verso quale orizzonte di dissoluzione dell’umano, verso quale Apocalisse, verso quale oblio dell’anima, oltreché dell’animale che siamo?

Forse, a prua del Beagle, Darwin ebbe di quando in quando un soprassalto chiedendosi: «E se le più evolute delle specie viventi fossero le pietre?»

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