Trovare una forza che sgorga dal «proprio centro interiore». Non affannarsi più a fare, ad agire, a cercare autonomamente il proprio posto nel mondo. Perché è da dentro di sé che una energia vitale conduce dove non s’immaginerebbe di andare. Anzi, è proprio perché ci si ferma, perché si abbandona l’azione, che la strada si apre conducendo finalmente verso una meta precisa. È questo il senso della meditazione cristiana che, a differenza di quella delle tradizioni orientali, scopre nel fondo di sé sì un vuoto, ma un vuoto riempito da Dio. Un Dio non altro da sé, ma della stessa sostanza di sé, come i tralci sono cosa diversa dalla vite e insieme sono la medesima cosa.
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Qui sta il cuore di un piccolo volume imprescindibile per chi, dalle rive cristiane, intende addentrarsi nella mistica. S’intitola “La via della contemplazione” (Vita e Pensiero), ed è stato tradotto nel 2026 dall’originale tedesco “Der kontemplative Weg”. L’autore è Franz Jalics (1927-2021), gesuita ungherese di cui lo scrittore spagnolo Pablo d’Ors in prefazione si dichiara «discepolo». Jalics scelse il ritiro nella pratica del silenzio e della meditazione (è lui a fondare ad Haus Gries, in Germania, una casa di spiritualità dedicata al silenzio) dopo che negli anni Settanta, docente di teologia in Argentina, viene sequestrato per cinque mesi nelle segrete della Esma (Escuela Mecanica de la Armada). A quel tempo Jorge Mario Bergoglio era il superiore provinciale dei gesuiti del Paese. Il sequestro fu un capitolo doloroso nella vita di entrambi. Poco prima del sequestro Bergoglio chiese a Jalics e a Orlando Yorio (anch’egli poi sequestrato) di lasciare il lavoro pastorale nelle baraccopoli a causa del crescente pericolo. I due non accettarono. Bergoglio, che probabilmente non amava un certo attivismo politico dei due, subì l’accusa, poi rivelatasi falsa, di averli denunciati. Soltanto anni dopo si arrivò a un chiarimento con il futuro Papa. Tanto che nel 2013 lo stesso Jalics dichiarò pubblicamente che lui e Yorio non furono denunciati da Bergoglio e che si considerava pienamente riconciliato con quegli eventi.

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Al di là del rapporto con Bergoglio, resta il fatto che è anche a motivo di quella dolorosa esperienza che Jalics cambia vita. Lascia la missione per dedicarsi al silenzio, per dedicarsi a ciò che comprende essere la cosa più essenziale di tutte, ovvero il ritiro quotidiano verso «il profondo della propria anima», un ritiro, spiega, possibile a chiunque. Scrive: «Sdraiati in mezzo all’erba di un prato o davanti all’acqua ferma di un lago la mattina presto, per un attimo ci sembra di essere circondati da una vastità smisurata al di là di ogni percezione, eppure avvertiamo che è sempre esistita, solo non l’avevamo notata prima. E può capitare anche in certe situazioni di crisi o di sofferenza, così come nell’ordinarietà della giornata. Per un istante ci sentiamo vibranti e insieme tranquilli, consapevoli di un mistero e avvolti da un’epifania che ci acquieta. Capita anche ai bambini, veri maestri di stupore silenzioso. Questi momenti sono un assaggio di cosa sia la contemplazione. Uno stato non solo dei grandi mistici, ma alla portata di tutti».
«Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Dio», afferma Agostino. Jalics rivela di aver compreso questa frase solo quando ha iniziato a trascorrere «ore senza parole, senza pensieri, senza immagini, guardando unicamente a lui con vigile attenzione». A lui, appunto, rimarcando la differenza che esiste fra la mistica cristiana e quelle di altre tradizioni religiose per le quali il silenzio svela maggiormente la consapevolezza di sé e non tanto la presenza del mistero di Dio. Per Jalics, un silenzio siffatto era il segreto di Gesù. Che si ritirava «per molte ore, durante la notte, nel suo centro interiore, per attingere nuova forza alla presenza del Padre».
Scrive Jalics che dopo questi ritiri, dopo questa svolta interiore, ha avvertito sempre di più come siano gli altri a venire a lui. E dice di aver notato la stessa cosa anche in altre persone che vivono a partire dal silenzio: «Esse - dice - esercitano un carisma particolare». E ancora: «Penso a Gesù Cristo, di cui è scritto che emanava forza. E questa forza guariva gli altri. Mi vengono in mente - continua pur dichiarando di non aver minimamente lo stesso carisma - Mosè, che scese dal monte Sinai con il volto raggiante, o san Paolo che disse di aver predicato con la potenza dello Spirito».

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