Tsitsi Dangarembga (Mutoko, 4 febbraio 1959) è una scrittrice e regista zimbabwese. Il suo romanzo “Nervous conditions” (1988), pietra miliare nella narrativa africana di lingua inglese, ha vinto il Commonwealth writers prize (sezione africana) nel 1989 (fonte, Treccani)
Tsitsi Dangarembga entra in contatto con la parola «femminismo» solo poco dopo i vent’anni, nonostante abbia studiato in Inghilterra. All’Università dello Zimbabwe, poco dopo l’indipendenza dal dominio coloniale britannico nel 1980, si rende conto di quanto le voci delle donne vengano sistematicamente messe a tacere e matura la volontà di opporsi a questa situazione. Oggi, però, intervistata da SRF, sottolinea che esistono differenze importanti tra il femminismo africano e quello occidentale, soprattutto per quanto riguarda il patriarcato.
Il femminismo nero e quello bianco si distinguono principalmente per il loro punto di vista e le esperienze di riferimento. Se il femminismo in generale mira all’uguaglianza di genere, il femminismo nero pone l’accento sulle discriminazioni specifiche che colpiscono le donne nere a causa del colore della pelle, del genere e spesso anche della classe sociale: una prospettiva che viene definita «intersezionalità».
«La povertà è stata creata artificialmente»
Fin dall’inizio, le femministe nere hanno criticato il femminismo bianco per la sua tendenza a ignorare le problematiche delle donne nere, concentrandosi soprattutto sull’esperienza delle donne bianche di classe media. In “Black and Female”, Dangarembga scrive: «I bianchi non sanno cosa li rende bianchi, perché il mondo è plasmato dal potere bianco normativo».
Il capitalismo e la distruzione dello status di «matriarca»
Dangarembga osserva che, pur esistendo strutture patriarcali nelle culture africane tradizionali, queste non erano fondate sulla proprietà privata. L’idea stessa che una persona potesse essere proprietà di un’altra era «assolutamente incomprensibile».
Nelle società di lingua bantu, per esempio, le donne anziane godevano di uno status particolare come «matriarche» e potevano possedere terre, trasferendole anche alle figlie. Il capitalismo ha però distrutto questo assetto tradizionale, introducendo una forma di patriarcato basata sulla proprietà, in cui anche la moglie poteva essere considerata un possesso.
Sul tema del razzismo, Dangarembga critica il colonialismo come un sistema che ha creato artificialmente la povertà per assoggettare le popolazioni. «Lo Zimbabwe non era un paese povero», afferma con chiarezza. «La povertà è stata creata artificialmente. La povertà è un’arma».
Un grande shock
Prima della colonizzazione, lo Zimbabwe era caratterizzato da una popolazione autosufficiente e in buona salute. Furono le potenze coloniali a costruire narrazioni che presentavano i colonizzati come inferiori, allo scopo di giustificare lo sfruttamento.
Dangarembga sperimentò in prima persona il razzismo sistematico quando, nel 1965, tornò dalla Gran Bretagna in Rhodesia all’età di sei anni: un’esperienza che descrive come uno shock. La segregazione razziale le apparve come una sorta di «apartheid light».
Secondo Dangarembga, l’indipendenza non ha posto fine ai meccanismi di sfruttamento dell’Africa, che continuano ancora oggi, seppure in forme diverse. Parla infatti di «metacolonizzazione»: il sistema di sfruttamento costruito durante il colonialismo, a vantaggio di altre parti del mondo, non è mai davvero scomparso.
Il benessere comune al centro
Per il futuro dell’Africa, Dangarembga propone una rilettura e un’evoluzione della filosofia Ubuntu. Con il concetto di “Ubuntu 2.0”, punta a costruire una società fondata sul «benessere», inteso come un valore profondamente radicato nella tradizione Ubuntu, che mette al centro il bene collettivo.
«Nulla di ciò che faccio dovrebbe compromettere il benessere di un’altra persona. Io sono, perché noi siamo». E aggiunge: «Se l’individuo devia, anche la società ha una parte di responsabilità. E se la società non funziona, allora spetta agli individui trovare il modo di rimetterla sulla giusta strada».
Testo legato alla trasmissione di SRF “Sternstunde Philosophie” del 21.06.2026





