Cristianesimo

Dio oltre il Padre

Quattro immagini femminili e terrestri che stanno cambiando l’immaginazione della fede

  • Ieri, 14:00
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  • Keystone
Di: Rod 

Per secoli l’immaginazione cristiana ha guardato verso l’alto e ha visto un Padre: sovrano, giudice, re. Un’immagine potente, ma anche parziale. Come ricorda Miriam Francesca Bianchi nell’inserto Donne Chiesa Mondo dell’Osservatore Romano, «non è solo una questione di parole ma di immaginazione». Il linguaggio maschile e gerarchico, spiega, ha modellato la vita ecclesiale, le relazioni di potere, persino la percezione che la comunità cristiana ha di sé. Le immagini del divino, infatti, «diventano lo specchio con cui guarda se stessa».

Quando le teologhe femministe hanno iniziato a interrogare questo specchio, non hanno chiesto un’aggiunta cosmetica. «Hanno capito che bisognava cambiare la cornice», scrive Bianchi. Non si trattava di sostituire un volto con un altro, ma di riportare alla luce figure che la tradizione aveva marginalizzato, restituendo complessità e pluralità al modo di pensare Dio.

Una di queste figure è Sophia, la Sapienza divina dell’Oriente cristiano. Nell’icona di Novgorod del XV secolo appare al centro, avvolta da un rosso ardente, con le ali spiegate. Non è un dettaglio ornamentale: è il cuore della scena, attorno al quale ruotano Cristo, Maria e Giovanni. Le teologhe Elisabeth Schüssler Fiorenza ed Elizabeth Johnson hanno mostrato come Sophia sia «il volto relazionale di Dio, la sua intimità con il mondo». Non un trono, ma una danza; non un cielo distante, ma una presenza che cammina tra gli esseri umani.

Accanto a Sophia emerge un’altra immagine: Dio come madre. Non una figura idealizzata, ma una donna che genera, sanguina, allatta. Bianchi ricorda che la Bibbia stessa parla di un Dio che partorisce e che «si commuove come una donna in travaglio». Qui la potenza non è dominio, ma generatività. Persino il celebre affresco michelangiolesco della Creazione di Adamo suggerisce questa lettura: il manto che avvolge Dio assume la forma di un grembo, uno spazio generativo da cui nasce la vita.

Poi la scena si sposta nel deserto, dove una donna fugge stringendo un bambino. È Agar, la schiava straniera della Genesi. La teologia womanist, radicata nell’esperienza delle donne afroamericane, ha visto in lei una figura centrale. Delores S. Williams l’ha definita la prima donna biblica che incontra Dio fuori dai luoghi ufficiali della salvezza. La sua storia mostra una divinità che non trionfa dall’alto, ma accompagna nella sopravvivenza quotidiana. «In Agar la salvezza non ha il volto della vittoria, ma di una sopravvissuta», scrive Bianchi.

L’ultima immagine non è umana: è la Terra stessa. Nell’opera Radici di Frida Kahlo, il corpo femminile si intreccia con il suolo, generando rami e vita. L’eco‑femminismo teologico ha riconosciuto in queste rappresentazioni un nuovo linguaggio per parlare di Dio. Sallie McFague ha descritto il mondo come «corpo di Dio», mentre Ivone Gebara ha insistito sulla presenza divina nelle relazioni vitali della Terra. Il creato non è più sfondo neutro, ma carne sacra, vulnerabile, ferita.

Sophia, la Madre, Agar, la Terra: non semplici metafore, ma orizzonti teologici che trasformano il modo di pensare Dio e la comunità. «Cambiare l’immagine di Dio significa trasformare anche il modo in cui ci guardiamo, ci giudichiamo, ci salviamo», conclude Bianchi. È una riscrittura dell’immaginazione, non una moda. Forse anche un invito a riconoscerci, finalmente, come figli e figlie di una Sapienza che continua a camminare tra noi.

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  • iStock
  • Paolo Rodari e Barbara Camplani

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