Pietro Chiodi nell’introduzione alla undicesima traduzione di Essere e Tempo (Sein und Zeit, 1927), il testo più conosciuto di Martin Heidegger tradotto e pubblicato dalla casa editrice Longanesi (Milano, 1976), spiega che l’opera è volutamente incompiuta perché, oltre ad un secondo volume non cruciale di carattere storico mai scritto, manca la terza sezione del primo volume che avrebbe dovuto discutere del problema del senso dell’essere in generale. Heidegger, continua Chiodi, scelse volutamente di non scrivere nulla perché si accorse che gli mancava il linguaggio per farlo, e preferì il silenzio. Questo fatto ricorda bene, ma per altri versi, un altro episodio successo sette secoli prima, quando San Tommaso d’Aquino (che Heidegger, naturalmente, conosceva), quel sei dicembre, circa un anno prima di morire, durante una messa, ebbe una comprensione intellettuale di Dio (una esperienza mistica di «terzo cielo» per riprendere l’espressione paolina) e decise di non scrivere più nulla in quanto aveva capito che tutta la sua vasta produzione scritta di una vita non era niente («paglia» fu la parola che usò) in confronto a ciò che aveva visto e compreso. È curioso ma non sorprendente, in fondo, che sia Tommaso sia Heidegger abbiano visto il limite del linguaggio, ma uno per aver incontrato Dio, l’altro perché, ci pare poter provare a dire, forse gli sono mancate le parole per parlare dell’Essere senza nominarlo: Heidegger non volle mai formalmente parlare di Dio.
Eppure, non può essere un caso che tanti grandi filosofi moderni abbiano studiato teologia prima di abbandonarla o addirittura finire per svuotarla dall’interno (il pensiero qui corre a Karl Rahner, allievo diretto di Heidegger, la cui teologia ha portato il metodo heideggeriano dentro il cattolicesimo postconciliare con conseguenze che ancora oggi si discutono). Kant fu insegnante di metafisica. Heidegger fu seminarista cattolico e da giovane considerò il sacerdozio. Eppure, non parlò mai veramente di Dio nella sua opera. Fu una scelta ragionata anche la sua e da rispettare. Ma non esente da problemi, anche prettamente filosofici, come proveremo a mostrare.
Edith Stein, studente di psicologia, dapprima, e poi entusiasta allieva della prima fenomenologia di Husserl e decisamente non convinta, insieme ad altri compagni, di quella trascendentale seguente, riconobbe la genialità di Heidegger (che si staccò in seguito da Husserl), ma lo criticò ugualmente su questo punto con precisione chirurgica: l’uomo non è «gettato» nella vita da solo, ma insieme ad altri, in relazioni reali con persone reali. E gettato, soprattutto, da chi? C’è un Essere che dà senso al tutto, e Heidegger lo sa e lo rimuove[1]. La Stein lo documenta con esattezza: «Di Dio si parla solo occasionalmente in note marginali e in modo da escluderlo: l’essere divino, che potrebbe chiarire il senso dell’essere, rimane totalmente fuori discussione»[2]. Il problema-Dio viene dunque risolto per esclusione da Heidegger. E poiché il posto di Dio non può restare vuoto, finisce per occuparlo l’uomo stesso: «l’uomo è considerato come un piccolo Dio»[3], conclude Edith Stein.

Edith Stein, religiosa e martire. Chiese in diretta 07.08.2016
Chiese in diretta 07.08.2016, 10:30
Contenuto audio
La celebre frase su Dio di Martin Heidegger dell’intervista allo Spiegel del 1966 — pubblicata per esplicita volontà di Heidegger solo dopo la sua morte, nel 1976 — va allora probabilmente letta in questa luce. «Solo un Dio può salvarci» non ha alcun senso messianico o religioso: indica una svolta che, in teoria, dipenderebbe unicamente dall’essere in quanto essere, con tutto quello che ciò voglia dire. Heidegger sta parlando a braccio ad un giornalista che, dopo aver a lungo chiesto spiegazioni sul suo passato soprattutto negli anni del 1932-1933, rimane perplesso. Ma allora la responsabilità del pensare umano dove sta, la filosofia che ruolo ha anche nel cambiare il mondo, il corso politico di una nazione? Heidegger risponde che la filosofia è finita, gli scienziati hanno sostituito i filosofi, la cibernetica prenderà il posto della filosofia.
La stessa intervista rivela un Heidegger sicuro di sé fino all’autocelebrazione con continui rimandi precisi a sue conferenze, suoi scritti, sul vero senso delle sue parole. Convinto con prove in mano di aver semplicemente subìto o al massimo aver cercato di contenere il nazionalsocialismo senza averne condiviso le responsabilità, persuaso della superiorità filosofica e poetica della lingua tedesca sul francese, in poesia Hölderlin sopra tutti, certo del ruolo storicamente centrale della Germania nel mondo tecnologico e al tempo stesso profondamente negativo verso la tecnica, la corsa allo spazio, l’arte moderna, il mondo intero, visto, appunto, come “l’essere”, un qualcosa di autonomo, quasi dotato di vita propria, sottratto a qualunque governo umano o divino: l’unica risposta che propone è passiva: «Ci resta un’unica possibilità: preparare, attraverso il pensiero e la poesia, la nostra disponibilità all’apparizione di un Dio o alla sua assenza nella rovina; che noi periamo di fronte al Dio assente»[4].
Parole anche comprensibili in chi ritiene che veniamo dal nulla e al nulla torniamo. Ma non incoraggianti e forse rivelatrici di qualcosa di più profondo, se si considera il contesto: era semplicemente un’intervista in cui un giornalista chiedeva consigli pratici per il futuro. Di fronte a quella domanda concreta, Heidegger non aveva nulla di preciso da dire. Eppure, sulle domande del giornalista riguardo al suo passato le risposte erano state tutt’altro che vaghe: precise, fattuali, pragmatiche, difensive punto per punto. Un atteggiamento psicologico asimmetrico. Qualcuno può obiettare che fare filosofia è un’altra cosa che parlare di sé, ma allora, l’esserci, il Dasein è un entrare dentro una struttura dell’essere di che tipo?
Torniamo quindi brevemente alla domanda sull’essere, e cioè che cosa sia l’essere ontologicamente parlando come dice Heidegger. Si può affrontare la questione dell’essere, o meglio “l’esser-ci” heideggeriano, da un punto di vista non-politically-correct e cioè tomistico, attraverso il blog di Padre Cavalcoli[5], domenicano, che Heidegger e la filosofia moderna li conosce e li studia dagli anni Sessanta. Ad esempio, nel suo articolo Heidegger, l’ontologia oltre la metafisica, Padre Cavalcoli, che riprende Fabro, San Tommaso, ma anche, più in generale Garrigou-Lagrange, Maritain per non parlare dei filosofi presocratici e classici greci, enumera, dal suo punto di osservazione, i numerosi errori di pensiero metafisico di Heidegger: confusione tra essere e atto dell’essere, fraintendimento di essenza e potenza, rimozione dell’atto puro, insomma una lunga catena che non porterebbe a nessun «superamento della metafisica» come affermano diversi pensatori contemporanei.
Ecco alcuni passaggi del suo discorso: «Heidegger… ha creduto di poter riscoprire l’essere, dopo 2600 anni dall’avvento di Parmenide» tuona Cavalcoli. E ancora: «metafisica ed ontologia sono la stessa cosa, con la differenza che metafisica richiama l’idea che l’indagine dell’ente eleva la mente alla scoperta dell’ente spirituale supremo, mentre ontologia dice che oggetto della metafisica è l’ente universale». In più, lo stato d’animo del metafisico non porta all’angoscia ma alla meraviglia, chiosa Padre Cavalcoli.
Nella sezione “Il concetto dell’essere in San Tommaso ed Heidegger , parte seconda“[6] padre Cavalcoli elenca e spiega di nuovo in sedici punti quali siano gli errori che, sempre secondo lui, Heidegger compie. Per motivi di spazio, proponiamo i primi quattro, lasciando al lettore la possibilità di approfondire la cosa se ne ha piacere.
Heidegger non si chiede qual è la causa dell’essere contingente perché blocca l’essere nel finito e nel temporale identificandolo con l’essere simpliciter.
Come gli fa notare Edith Stein, non è capace di concepire l’essere se non come evento, accadimento, storia.
E’ assente nella sua filosofia la nozione analogica di causa efficiente o produttiva, l’atto che attua la potenza.
La corretta domanda metafisica non è perché esiste l’essere e non piuttosto il nulla, ma: perché esiste l’ente contingente?
Ma al di là di contenuti molto densi e che necessitano tempo e preparazione per affrontarli, è opportuno osservare che la filosofia, e questo già lo si sapeva, non è una disciplina facile, anche usando un linguaggio semplice ma rigoroso. Figuriamoci allora cosa può succedere quando il linguaggio diventa poco chiaro, mal definito se non arbitrario, anche «astruso» come in Heidegger. E’ quanto si apprende direttamente da commentatori quali il cattolico Alejandro Nevado della rivista cattolica OMNES[7] (il termine «astruso» per Heidegger è suo), che ci ricorda il diverso destino di Heidegger e della Stein: Essere e tempo di Heidegger (1927) è diventato un libro culto della sinistra culturale e di molti cattolici mentre Essere Finito ed Eterno di Edith Stein, scampato al bombardamento, pubblicato alla meglio nel 1950, è rimasto nel dimenticatoio.
Ancora più caustico e tagliente è Alfonso Berardinelli (Immagine di Umiltà e coraggio dell’amico filosofo che ammetteva di non capire Heidegger in Il Foglio, 19 settembre 2019), quando, ricordando Romano Guardini che candidamente diceva di non capire Heidegger e quindi gli parve di capire di non sentirsi un filosofo, sbotta all’improvviso: «Heidegger è oggetto di culto idolatrico soprattutto fra chi non lo capisce, in particolare i letterati». Commento subito ripreso da heideggeriani convinti (il Foglio 24 ottobre 2019, Heidegger è complicato ma non per questo il suo pensiero è da buttare) che difendono a spada tratta il linguaggio complesso in filosofia al pari di altre discipline. Come si può vedere anche solo furtivamente, ancora oggi Heidegger è discusso, almeno fra chi se la sente di discuterne le idee, capendole davvero. Forse.
È, infatti, possibile, ci pare poter dire a questo punto, che, a causa del metodo e del linguaggio adottati, il lettore finisca per comprendere (o non comprendere) Heidegger attraverso le proprie categorie interpretative. Non perché Heidegger non abbia nulla da dire, ma magari perché il suo lessico rimane spesso aperto a letture differenti e talvolta incompatibili. Un fenomeno che, pur in un contesto diverso, ricorda quanto accaduto con la teologia di Rahner. E, mi si permetta, anche qui il pensiero corre veloce, ma stavolta alla Torre di Babele evocata più volte nella recente Enciclica di Papa Leone XIV profeticamente intitolata Magnifica Humanitas.
Emerge comunque la consapevolezza che, grazie alla lettura dei densi testi di Cavalcoli, dal punto di vista tomistico, cioè della filosofia realista cristiana, il materiale critico non solo verso Heidegger ma verso tutta la filosofia moderna, idealista, è tanto abbondante quanto ignorato dal dibattitto culturale mediatico. Cavalcoli ci spiega candidamente che anche un bambino capisce intuitivamente cosa sia l’essere per l’uso che fa quotidianamente del verbo essere e che se anche non usa il termine “ente”, perché non lo conosce, usa l’equivalente termine di “cosa” che lo spiega. In Heidegger, invece, così si capisce intenda dire, il bambino scompare.
La lezione di Edith Stein
Laser 25.11.2019, 09:00
Contenuto audio
[1] https://www.culturacattolica.it/cultura/filosofia/contemporanea/edith-stein
[2] E. Stein, La filosofia esistenziale in M. Heidegger, in La ricerca della verità, Ed. Città Nuova, p. 176., ibidem
[3] https://www.culturacattolica.it/cultura/filosofia/contemporanea/edith-stein
[4] «Nur noch ein Gott kann uns retten. Uns bleibt die einzige Möglichkeit, im Denken und im Dichten eine Bereitschaft vorzubereiten für die Erscheinung des Gottes oder für die Abwesenheit des Gottes im Untergang; dass wir im Angesicht des abwesenden Gottes untergehen», Der Spiegel, Nr. 23, 31 Maggio 1976, p. 209
[5] https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/lavventura-della-metafisica-parte_16.html
[6] https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/il-concetto-dellessere-in-san-tommaso_14.html
[7] https://www.omnesmag.com/it/risorse/argomenti/teologia-del-xx-secolo/edith-stein-e-lessere-finito-ed-eterno/






