L’intervista

Guy Liagre, il pastore che interroga il silenzio di Dio a Crans-Montana

Dopo l’incendio di Capodanno, una conversazione intima sulla fede, il dolore e la resilienza di una comunità ferita

  • 56 minuti fa
Guy Liagre
22:54

Crans-Montana, una comunità ferita

Segni dei tempi 07.02.2026, 12:00

  • RSI - Segni dei Tempi
Di: Cristina Ferrari 

A Crans-Montana, a oltre un mese dal mortale incendio divampato in un bar nel cuore della famosa stazione turistica internazionale, pare aleggi una pace apparente. Alberi e decorazioni natalizie scintillano ancora nelle strade e qua e là si vedono sciatori pronti a risalire le piste. Eppure l’atmosfera è cambiata, qualcosa si è spezzato in quella drammatica notte di Capodanno: 41 le vittime, centinaia i feriti, molti ancora ricoverati negli ospedali.

Eppure la vita va avanti, anche nel dolore e nello sconcerto. La stampa e le telecamere fanno capolino, a dimostrazione, una volta di più, che la tragedia non potrà essere dimenticata. A infondere conforto reciproco resta la popolazione locale che qui vive e che si è trovata ad assistere, inesorabilmente, al vortice delle polemiche e delle accuse. Come la comunità protestante guidata dal pastore Guy Liagre, che conosce bene il valore del dialogo ecumenico, soprattutto adesso, dopo quel dramma che ha colpito tante famiglie, non solo in Svizzera. Un’unione che si è concretizzata, il sabato successivo alla tragedia, con una preghiera comune con il canonico del Gran San Bernardo José Mittaz.

Segni dei Tempi ha incontrato Guy Liagre. A lui ha chiesto come ha saputo di quanto avvenuto quel primo gennaio: «Essendo la notte di Capodanno, come tutti, siamo andati a letto abbastanza tardi e abbiamo dormito un po’ più a lungo. Saputa la notizia ci siamo dati appuntamento al tempio. La prima cosa che abbiamo cercato di fare è stato ottenere più informazioni, cosa che in quel momento non era possibile. A quel punto abbiamo iniziato a togliere le decorazioni di Natale. Ci siamo detti: non è il momento di lasciare l’abete. La situazione che ho trovato era paradossale. Non abitando a Crans-Montana, mi ero messo in viaggio e salendo, davanti e dietro a me, c’erano altre auto con gli sci sul tetto, gente che andava a sciare in tutta fretta. C’erano due mondi che si scontravano: da un lato quanti coinvolti e colpiti dalla tragedia, tra cui pompieri, soccorritori, familiari, amici; dall’altro, i turisti che erano qui in vacanza e che non avrebbero rinunciato a sciare. Penso che sia lo stesso paradosso del lutto: la vita si ferma, ma allo stesso tempo la vita continua!».

Un evento così drammatico che ha sollevato a Dio un perché: «La migliore risposta - annota Liagre - resta però il silenzio. Il silenzio dice più di mille parole in queste situazioni, perché non c’è nessuno che abbia parole efficaci davanti a una tragedia come quella che ci è piombata addosso. Del resto Dio non è un parafulmine, Dio protegge l’uomo colpito dal fulmine. Dio non è un’assicurazione malattia o un’assicurazione infortuni. Dio ci aiuta a portare sulle nostre spalle i lutti, ad affrontare i dolori, come anche a godere delle gioie della vita. Tutto ciò che viviamo, lo viviamo in Cristo. È Cristo che avvolge tutta la nostra vita. Penso che il 1° gennaio, per le persone coinvolte in questo dramma in modo diretto o indiretto, e per la comunità di Crans-Montana, non sarà mai più lo stesso. Bisogna anche dire che per una stazione come Crans-Montana il primo gennaio è una giornata molto importante dal punto di vista commerciale, alberghiero, turistico. Quindi penso che, negli anni a venire, vivremo ancora questa doppia velocità: da un lato il turismo che continua e che deve continuare; e dall’altro lato la memoria di ciò che di tragico è accaduto».

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