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Morire allegramente, la sfida radicale di un pensatore libero

La parabola umana di Giulio Cesare Vanini, il filosofo del Seicento che anticipò Darwin e sfidò i dogmi. La sua “morte allegra” interroga ancora sulla libertà di pensiero e il coraggio delle proprie convinzioni

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Morire allegramente

RSI Cultura 09.02.2026, 07:43

  • Paolo Rodari, Stefano Franchini
Di: Paolo Rodari 

È possibile morire allegramente? La domanda, che oggi suona quasi provocatoria, trova una risposta sorprendente nella vicenda di un pensatore quasi dimenticato. Eppure, Arthur Schopenhauer lo considerava un suo predecessore, mentre Georg Wilhelm Friedrich Hegel gli dedicò ben sette pagine nella Storia della filosofia. Non un dettaglio da poco, se si pensa alla severità con cui Hegel selezionava i protagonisti del suo grande affresco intellettuale.

Il personaggio in questione è Giulio Cesare Vanini, nato il 19 gennaio 1585, figura irregolare e inquieta, spesso definita «maledetta» per la radicalità delle sue posizioni. Libertino nel senso filosofico del termine, naturalista curioso e spirito insofferente ai dogmi, Vanini attraversa l’Europa del Seicento con l’ardore di chi cerca una verità personale, anche a costo di scontrarsi con i poteri del suo tempo. La sua riflessione anticipa temi che solo secoli dopo troveranno spazio nel dibattito scientifico: l’evoluzione delle specie, la generazione spontanea, l’idea che l’uomo possa avere un’origine naturale e non esclusivamente soprannaturale. Sono intuizioni che oggi si leggono con distacco storico, ma che allora apparivano come una sfida diretta all’ordine costituito.

Non è raro, in quell’epoca, che filosofi e scienziati intravedano orizzonti che le istituzioni non sono ancora pronte ad accogliere. E non è raro che per quelle stesse idee si debba pagare un prezzo altissimo. Vanini lo sa, eppure non arretra. La sua parabola umana mostra come si possa vivere per le proprie convinzioni e, quando necessario, anche morire per esse. Nel suo caso, addirittura «allegramente», come lui stesso afferma con un coraggio che ancora oggi colpisce.

Diciannove anni dopo il rogo di Giordano Bruno, anche Vanini viene condannato. Non a Roma, ma a Tolosa, dove le autorità civili e religiose lo accusano di eresia, ateismo e bestemmia. Le imputazioni riflettono il clima dell’epoca. Vanini, infatti, mette in discussione l’immortalità dell’anima, sostiene che le specie animali possano nascere spontaneamente, ipotizza che l’uomo discenda dalle scimmie. Rivendica la libertà di pensiero e una vita condotta secondo natura, guardando con sospetto alle morali rigide e ai sistemi dogmatici. È un pensiero che oggi si può leggere come parte della storia della filosofia naturale, ma che allora appariva destabilizzante.

La sua fine è tra le più dure che la storia ricordi: prima gli viene strappata la lingua, poi è strangolato e infine bruciato. Eppure, proprio in quel momento estremo, Vanini pronuncia parole che attraversano i secoli: «Andiamo a morire allegramente da filosofi». Non è una sfida alla fede, né un gesto di irrisione verso la Chiesa, che in quel periodo esercitava un ruolo complesso e centrale nella vita culturale europea. È piuttosto l’atto finale di un uomo che sceglie di restare fedele a se stesso fino all’ultimo respiro.

Schopenhauer, secoli dopo, commenterà con una frase destinata a diventare celebre: «Fu più facile bruciare Vanini che confutarlo». Un giudizio che non pretende di stabilire chi avesse ragione, ma che riconosce la forza intellettuale di un pensatore rimasto ai margini della memoria collettiva.

Oggi il nome di Giulio Cesare Vanini non è tra i più noti, eppure la sua vicenda continua a interrogare. Racconta un’epoca in cui il confronto tra fede, scienza e filosofia era spesso drammatico, ma anche un’epoca in cui il pensiero umano cercava nuove strade. Ricorda che la storia delle idee è fatta di dialoghi, conflitti, intuizioni premature e, talvolta, di vite spezzate. E mostra come, anche nel momento più oscuro, un filosofo possa trovare la forza di sorridere alla propria sorte.

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  • Marco Pagani

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