Cristianesimo

Il Cantico di Frate Sole: la poesia che abbraccia il creato

Un canto che celebra la bellezza del creato e invita a riscoprire la gratitudine come forma di vita

  • Ieri, 16:00
  • Ieri, 23:33
L'affresco di Giotto raffigurante San Francesco che parla agli uccelli nella Basilica di San Francesco nel cuore di Assisi

L'affresco di Giotto raffigurante San Francesco che parla agli uccelli nella Basilica di San Francesco nel cuore di Assisi

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Di: Elia Bosco 

Il Cantico di Frate Sole è uno dei testi più straordinari della nostra tradizione. Non è solo una preghiera, ma un’opera che ha cambiato il modo di pensare la lingua e il rapporto con il creato. Francesco d’Assisi, negli ultimi anni della sua vita, sceglie di scrivere in volgare, abbandonando il latino che aveva sempre usato. È una scelta rivoluzionaria: vuole che la lode a Dio sia comprensibile a tutti, ma non rinuncia alla bellezza e alla forza della parola.

Questo canto non descrive semplicemente il mondo: lo chiama a raccolta. Sole, luna, stelle, acqua, fuoco, terra, persino la morte diventano voci di un coro che glorifica il Creatore. È un testo che sembra semplice, ma dietro la sua immediatezza c’è un ordine rigoroso. Francesco costruisce il Cantico come una partitura: ripetizioni che danno ritmo, aggettivi che creano armonia, numeri che richiamano simboli (il tre della Trinità, il quattro degli elementi). Ogni parte ha un posto preciso, come in un mosaico.

La lingua è viva e concreta. Ci sono forme dialettali umbre, accanto a parole che ricordano la Bibbia. La struttura è prosastica, ma scandita da rime e assonanze che la rendono musicale. L’anafora Laudato si’, mi’ Signore è il filo che lega tutto: un invito che si ripete e dà respiro al testo. Non è poesia nel senso moderno, ma è poesia nel senso più alto: parola che crea, che trasforma, che eleva.

Il cuore del Cantico è la lode. Lodare non significa spiegare o chiedere: significa compiere un atto gratuito, senza scopi utilitaristici. È un gesto puro, che riconosce la bellezza di Dio e del creato. Persino la morte, chiamata “sorella”, non è vista come nemica, ma come parte di un disegno più grande. Questo sguardo è radicale: tutto è dono, tutto è relazione, tutto è motivo di gratitudine.

Il testo nasce in più momenti: alcune strofe sono aggiunte in occasione di eventi concreti, come un conflitto ad Assisi o la malattia del santo. Questo lo rende vivo, legato alla storia e insieme capace di superarla. Non è un esercizio letterario, ma una risposta alla vita, alle sue prove e alle sue gioie.

Il Cantico si ispira alla Bibbia, in particolare al Benedicite e al Salmo 148, ma li rielabora con originalità. Francesco non si limita a ripetere: dà voce alle creature, le chiama per nome, le rende protagoniste. È un testo pensato per essere cantato, non solo letto: una preghiera comunitaria, che diventa esperienza condivisa.

Oggi, a distanza di otto secoli, il Cantico continua a parlare. Non solo ai credenti, ma a chiunque cerchi un senso nel rapporto con la natura e con la parola. In un tempo in cui il mondo è spesso ridotto a risorsa da sfruttare, questo canto ci ricorda che le cose non sono oggetti, ma elementi di un’armonia universale da proteggere. Che la parola non serve solo a chiedere o a convincere, ma può essere pura lode, puro dono. E forse è per questo che, ancora oggi, quando lo ascoltiamo o lo leggiamo, sentiamo che ci riguarda. Perché ci insegna che la gratitudine è la forma più alta della parola.

Il Cantico dei cantici

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