Gianni Vattimo (4 gennaio 1936 – 19 settembre 2023) non è stato soltanto un filosofo. Il suo pensiero, anche quando non lo interroghi direttamente, continua a sedimentare dentro di te, come un sottofondo discreto che ti ricorda che la verità non è un monolite, ma un equilibrio instabile, un gesto di leggero e impermanente. Nato a Torino nel 1936 da una famiglia proletaria di immigrati calabresi, cresciuto in un cattolicesimo disciplinato e insieme inquieto, Vattimo attraversa il Novecento come un corpo estraneo: troppo libero per essere accademico, troppo accademico per essere militante, troppo ironico per essere profeta, troppo profetico per essere quisquilia.
Studia filosofia con Pareyson, poi vola a Heidelberg, dove incontra Gadamer e Löwith: due maestri che gli insegnano che interpretare non è un lusso, ma una condizione dell’esistenza. Torna a Torino e dal 1964 insegna filosofia teoretica, mentre le sue lezioni diventano un piccolo fenomeno cittadino: c’è chi ricorda che entrava in aula con l’aria di uno che ha appena perso il tram, e poi, senza preavviso, apriva squarci di lucidità che lasciavano tutti zitti. Una volta, raccontano, interruppe una discussione troppo accesa tra studenti dicendo: «Ragazzi, non litigate: la verità non è mica una bistecca». Era il suo modo di dire che la verità non si afferra, si sfiora.
Il pensiero debole, che lo renderà celebre, nasce così: non come un programma teorico, ma come un modo di stare al mondo. L’idea che l’essere non sia una struttura solida ma un evento, un accadere che si indebolisce nel tempo; che la modernità non sia la storia del progresso, ma la storia della riduzione della violenza; che la filosofia non debba fondare verità, ma alleggerire il peso che le verità pretendono di avere. In un secolo pieno di sistemi forti — hegelismo, marxismo, fenomenologia, psicanalisi, strutturalismo — Vattimo sceglie di stare dalla parte dell’errore, del fragile, del provvisorio. Non per gusto del paradosso, ma perché è lì che si annida la libertà. Il pensiero debole diventa così una filosofia che aiuta a compiere il passaggio dall’assolutismo alla democrazia, dalla dittatura al pluralismo, dall’intransigenza alla tolleranza, dal dogma alla secolarizzazione. Una filosofia che non vuole vincere, ma convivere.
In occasione degli 80 anni (di Roberto Antonini)

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80 anni di passioni. Incontro con Gianni Vattimo (1./4)
Laser 07.08.2017, 09:00
80 anni di passioni. Incontro con Gianni Vattimo (2./4)
Laser 08.08.2017, 09:00
80 anni di passioni. Incontro con Gianni Vattimo (3./4)
Laser 09.08.2017, 09:00
80 anni di passioni. Incontro con Gianni Vattimo (4./4)
Laser 10.08.2017, 09:00
Eppure, Vattimo non è mai stato un relativista. Anzi: rivendicava con forza che il suo fosse un pensiero cristiano, forse l’unico possibile nella postmodernità. Suggestionato da René Girard, legge la vicenda di Cristo come rifiuto del sacrificio, come gesto di liberazione dalla violenza. La kénosis, lo svuotamento di Dio, diventa per lui la chiave per capire la storia dell’Occidente: non un declino, ma un processo di emancipazione. La secolarizzazione non è la fine del cristianesimo, ma il suo compimento. Dio si ritira per lasciare spazio alla libertà umana. È un’idea che gli procurerà critiche feroci, ma anche un seguito insospettabile tra teologi e credenti inquieti.
La sua vita politica è altrettanto irregolare: cattolico dissidente, omosessuale dichiarato, maoista per un periodo, poi radicale, poi nei Democratici di Sinistra, poi di nuovo comunista — ma un comunismo “indebolito”, senza teleologie, senza dogmi, senza la pretesa di rappresentare la storia. Nel Parlamento europeo si batte per i diritti civili, per la pace, per i migranti, sempre con quella sua aria un po’ svagata che però non inganna nessuno: dietro c’è una determinazione feroce. Una volta, durante un dibattito, gli rimproverarono di essere troppo filosofico. Lui rispose: «È che non riesco a essere superficiale». Non era arroganza: era il suo modo di dire che la complessità non è un difetto.
Vattimo - Documenti video RSI
Negli ultimi anni, quando la salute comincia a vacillare, continua a scrivere, a discutere, a provocare. In un’intervista racconta con una punta di amarezza che nessuna istituzione italiana aveva chiesto di conservare il suo archivio, e che alla fine era stato accolto a Barcellona. «Forse è giusto così», diceva. «L’Italia non ama i figli che non le somigliano». Ma non c’era rancore: solo quella sua ironia malinconica, che era un modo di restare leggero anche quando tutto diventava pesante.
A novant’anni dalla nascita, Vattimo ci manca non perché avesse risposte, ma perché aveva un modo unico di disinnescare le domande. Ci ha insegnato che la verità non è un possesso, ma un incontro; che la filosofia non deve irrigidire, ma ammorbidire; che la libertà non nasce dalla forza, ma dall’indebolimento. In un tempo in cui i dogmatismi tornano a farsi sentire, in cui le identità si irrigidiscono e la violenza simbolica sembra di nuovo una scorciatoia, il pensiero debole non è un lusso: è un esercizio di civiltà. E forse è questo il modo migliore per celebrarlo: ricordare che la leggerezza non è responsabilità. Che essere deboli, a volte, è l’unico modo per essere umani.
Vattimo - Documenti audio RSI
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Incontro (di Antonio Ria) -18.05.1991
RSI Cultura 11.08.2016, 11:05
Su "Creder di credere" (di Antonio Ria) - 22.03.1996
RSI Cultura 11.08.2016, 10:27
Incontro (di Paolo Belli) - 19.04.1998
RSI Cultura 11.08.2016, 10:30
Fede debole (di Antonio Ria) - 08.06.2002
RSI Cultura 11.08.2016, 10:28
Postmoderno e politica (di Mattia Cavadini) - 26.03.2002
RSI Cultura 11.08.2016, 10:41
Fede e ragione (di Mattia Cavadini) - 16.12.2006
RSI Cultura 11.08.2016, 10:32
Cultura gay (di Michela Daghini) - 25.06.2007
RSI Cultura 11.08.2016, 10:31




