Recensioni

L’attimo in cui il mare si divide: come una parola può orientare un’esistenza

La strada di Maria Manuela Cavrini e la domanda che appartiene a ogni essere umano

  • Oggi, 14:00
Una vetrata di una chiesa danneggiata a Nova Friburgo, in Brasile

Una vetrata di una chiesa danneggiata a Nova Friburgo, in Brasile

  • Keystone
Di: Paolo Rodari 
Vorrei gridare a tutti che Lui c’è, pronto ad aprire il “mar Rosso” di ciascuno con un personalissimo segreto che, come un filo invisibile, legherà e sosterrà poi tutta la vita. Davvero dinanzi a lui non rimane che “togliersi i sandali” e inginocchiarsi.

Sono forse queste parole il cuore di Infinito Tu, il libro di Maria Manuela Cavrini (Itaca), monaca clarissa del monastero di Città della Pieve (Perugia), che racconta la sua vocazione, l’ingresso in clausura e il cammino interiore che ne è seguito. Per chi legge, anche se lontano dalla fede cattolica, sono pagine che catturano: quel “tu” rivolto al mistero, così naturale per l’autrice, non appartiene alla quotidianità di tutti, eppure riesce a toccare corde universali.

«Dio può entrare anche nella tua vita e illuminarla da dentro», scrive Cavrini in un passaggio che invita alla ricerca, come Leopardi - che nella sua lettura, da studiosa di lettere classiche a Bologna, non è il poeta ateo e del pessimismo, ma un uomo capace «di dar voce alle domande più profonde dell’uomo e al suo insopprimibile desiderio di infinito ed eterno, che non cade neppure di fronte all’inadeguatezza di ogni oggetto a soddisfarlo».

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  • Luisa Nitti e Chiara Gerosa

Il centro del libro sta forse proprio lì: nel racconto di ciò che accadde nel momento decisivo, quando Cavrini scelse di entrare in monastero seguendo il consiglio di un frate. «Guarda - le disse - è da fare poche volte nella vita, ma puoi pregare il Signore di fare la sua volontà e aprire poi la Bibbia: Lui indicherà». Cavrini si prepara a lungo a quel gesto. Una sera, dopo la messa e la confessione, apre la Bibbia e trova la parola che le apre il suo “mar Rosso”. Decide però di non rivelarla al lettore, perché «i segreti del Signore vanno conservati nel cuore». Una scelta letteraria efficace, che spalanca orizzonti proprio attraverso ciò che tace.

La ricerca della propria strada appartiene a ogni uomo. Non tutti trovano risposte nell’esperienza cristiana; anzi, per molti il Dio dei cristiani oggi non è più credibile. Anche perché, come scrive Giovanni, «Dio nessuno lo ha mai visto». O come dirà secoli dopo il teologo Carlo Molari, «di lui non sappiamo nulla di assoluto». Possiamo solo «abbozzare qualcosa», sempre adeguando ciò che diciamo all’esperienza che compiamo, al fatto che evolviamo.

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Ed è forse qui che il libro di Cavrini trova la sua forza. Non pretende di dimostrare nulla, non offre formule né certezze da imporre. Racconta un cammino - il suo - fragile e insieme luminoso, in cui una donna ha riconosciuto un appello e ha avuto il coraggio di seguirlo. E lo fa senza giudicare chi non riesce o non desidera compiere lo stesso passo.

Il valore del libro sta proprio in questa discrezione: Cavrini non chiede al lettore di condividere la sua fede, ma di prendere sul serio la possibilità che ogni vita custodisca un varco, un punto di svolta, un “mare” che può aprirsi. Per alcuni questo varco avrà il nome di Dio, per altri no. Ma il suo racconto ricorda che, al di là delle appartenenze e delle convinzioni, esiste ancora un luogo interiore in cui si può ascoltare, attendere, lasciarsi interrogare. È lì che, talvolta, comincia davvero il cammino.

Leggendo, vengono alla mente anche le esperienze dei pustinnik, gli eremiti della tradizione ortodossa. Lasciavano tutto per vivere in luoghi remoti, nascosti, eppure proprio lì venivano raggiunti da uomini e donne in cerca di luce, desiderosi di trovare un orientamento nel buio della vita. Spesso, dopo lunghe ore di silenzio, aprivano il Vangelo “a caso”, lasciando che la voce del mistero diventasse parola, luce, strada. Un gesto semplice, quasi disarmante, che dice però la stessa cosa che il libro di Cavrini suggerisce: che a volte basta un varco minuscolo, un’apertura inattesa, perché la vita ricominci a parlare.

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